«C’è il calendario da girare» dice mia moglie. Così, mentalmente, faccio un bilancio e scopro che del settembre di quest’altro annaccio ricorderò due funerali: uno reale, nel senso che riguardava la scomparsa di una vera e grande regina; l’altro virtuale, visto che era quello di un mito dello sport, grande e forse re nella sua disciplina. Lo so: troverete strano che conceda spazio a personaggi (li avrete già intuiti anche senza fare nomi) e avvenimenti che quasi un mese fa hanno quasi monopolizzato per giorni interi tutta la galassia mediatica. Oppure strano che io pretenda attenzione o interesse per temi praticamente cotti e riscaldati in tutti i modi possibili e immaginabili coinvolgendo emotivamente milioni di cittadini del mondo intero. Ma l’ho detto: ripassando tutto settembre alla ricerca di argomenti da commentare incontro una grigia sequela di nomi e fatti intrisi di una negatività che inizia da guerre truci e incomprensibili per terminare con allarmi, distruzioni e disastri che confermano il degrado tristissimo e inarrestabile che colpisce il globo, a tutti i livelli, con crisi economica, dissesti e apocalittiche ferite ambientali, debolezze ormai patologiche in politica, insicurezze sociali, crescenti violenze contro i diritti umani e minacce contro la pacifica convivenza fra le genti. Davanti a un simile quadro parlare di funerali è più che giustificato.
Torno alle due cerimonie per dire che, oltre alla concomitanza, in filigrana spicca il fatto che entrambe si siano svolte nella stessa città: Londra. Non a caso, con umorismo non proprio «british», qualcuno ha collegato i due addii con altri due avvenimenti negativi subiti dal paese (pessimo avvio del nuovo governo conservatore con la nuova «premier» Truss e parallela forte svalutazione della sterlina), esprimendo il timore che la serie funerea possa proseguire. Ma è ora di fare i nomi, di dare finalmente conferma che le due cerimonie sono quelle che hanno segnato una la fine del regno di Elisabetta II sulla Gran Bretagna e tutto quel che resta del Commonwealth britannico, l’altra la conclusione della parabola straordinaria (parlare di regno è forse irriverente) compiuta da Roger Federer nel tennis e nello sport in generale. Certo, un filino di irriverenza è presente nell’accostamento, ma è una pecca inevitabile perlomeno per due fattori. Innanzitutto per le cause che hanno sancito il definitivo duplice addio. «Old Age» hanno scritto sul certificato di morte della regina Elisabetta; «Old Age» è anche la causa della fine della carriera sportiva di Federer dopo anni di incertezze e interrogativi.
C’è però anche un altro e ben più importante fattore che contribuisce a rafforzare la somiglianza fra le due cerimonie: il cordoglio decretato dal popolo inglese e da quello sportivo. Comprensibile e anche legittimo che qualcuno sia o si dica ostile, contrario o refrattario a quanto politicamente e socialmente rappresenta oggi la monarchia, sia pure rivestita da un manto democratico. Ma quel che gli inglesi, praticamente tutti uniti, hanno mostrato nelle strade, nelle chiese, nei palazzi e soprattutto nei cuori per la scomparsa della loro regina, consente di dire che nessun altro personaggio di tutto il mondo sarebbe oggi in grado di conquistare un simile ultimo omaggio e saluto estremo. Analogo in forza ed estensione, il supporto spontaneamente giunto da milioni di cittadini del mondo intero, su media e social, come corale tributo riconoscimento al tennista elvetico. Alla fine, ricordando che la regina è morta mentre il campione del tennis è ancora vivo e mitico, mi sono però chiesto se non ci fosse qualche altra differenza nei due funerali. Sono così arrivato al pianto, alla macroscopica diversità fra quello contagioso di Roger e quello aristocratico, appena accennato, mostrato dai reali inglesi. E proprio le lacrime mi hanno istillato un dubbio: forse non è per caso che, su muri e strade di casa nostra, sono ricomparsi cartelloni di una cassa malati capace, pochi giorni prima di comunicare i rialzi dei premi, di preoccuparsi di noi consigliando un «Piangi, è liberatorio». Messaggio chirurgico. Aggiungerei solo la foto di Federer e il sottotitolo «Game! Set! Match!».