Non è mia intenzione proporre l’ennesima riflessione su ChatGpt, né tantomeno un nuovo dialogo-intervista con il simpatico robot. A proposito di questa new entry nelle relazioni virtuali abbiamo già potuto leggere molti commenti. Il nuovo chatbot, l’affascinante programma di conversazione con gli esseri umani che sta facendo tanto scalpore, può diventare tuttavia uno spunto interessante per riflettere, più in generale, sulla percezione della realtà in cui viviamo. Di fronte al futuro, a ciò che di nuovo il futuro annuncia rispetto al passato, assistiamo spesso ad una specie di pendolo dei sentimenti. C’è sempre chi è pronto a prefigurare nubi all’orizzonte, gli apocalittici insomma, quelli che «chissà dove andremo a finire», ma c’è anche chi, al contrario, si mostra sempre assai disponibile alle novità, quelli che «bisogna aprirsi al futuro», pronti ad entusiasmarsi per tutto ciò che sembra annunciarsi come possibile progresso.
Nei confronti di ChatGpt i sentimenti sembrano più sfumati. Anche tra i sempre entusiasti pare farsi strada un cauto sospetto, alimentato di recente dalle preoccupazioni del suo stesso ideatore Sam Altman. Di fronte alle evidenti derive di un progresso à tout prix, in molti cominciano a porsi qualche domanda. Ad avvicinare sentimenti e visioni contrastanti sono come sempre soprattutto le paure riguardo al futuro del lavoro. Qualche settimana fa, ad Hollywood, il sindacato degli sceneggiatori ha indetto uno sciopero per rivendicare, tra le altre cose, la regolamentazione dell’uso di questi sistemi di Intelligenza Artificiale: bisogna che siano tenuti sotto controllo, al servizio del nostro lavoro, affinché non diventino concorrenti, ovvero sceneggiatori non umani.
Queste paure prefigurano forme di luddismo rinnovato ma per certi versi del tutto inedito. L’esempio della produzione artistica hollywoodiana è assai eloquente perché mostra come i confini tra una tecnologia collaborativa ed una sostitutiva di pratiche umane si facciano sempre più sfumati. L’esempio permette anche di analizzare più in profondità il senso e l’origine delle nostre paure. Il timore che sceneggiatori robot possano entrare davvero in competizione con i professionisti ci costringe a chiederci se l’intuizione, la creatività, l’immaginazione, possano davvero essere codificabili in un programma di Intelligenza Artificiale. La domanda va alla radice della questione perché anche il solo sospetto che questo sia possibile, il fatto cioè di non riconoscere l’esistenza di barriere insormontabili tra comportamenti umani e azioni di macchine, indica due aspetti, tra loro collegati, che sono all’origine delle nostre paure.
Il primo riguarda la mancanza di conoscenza di ciò che si annuncia come nuovo, in questo caso l’ignoranza di «chi» sia il signor o la signora ChatGpt. In una recente intervista Bruno Giussani, direttore europeo di TED lo ha chiarito bene, premettendo che forse non si dovrebbe nemmeno parlare di intelligenza, perché l’intelligenza è una cosa molto complessa e questi robot sono sistemi informatici, modelli di linguaggi che del linguaggio umano riproducono la logica e la struttura senza comprenderne il significato. Sanno solo «capire» e riprodurre statisticamente, sulla base di innumerevoli documenti umani, la successione logica delle parole.
Il secondo aspetto riguarda una percezione della realtà che alimenta paradossalmente questa ignoranza, ovvero la tendenza assai diffusa a stabilire una relazione alla pari con i robot. La tendenza ad antropomorfizzare macchine sempre più umanizzate ci porta ad accogliere nel nostro vissuto anche il fascino dell’ibridazione, di un meticciato sempre più spinto con la macchina stessa.
L’ammirazione per sempre nuovi mirabilia tecnologici può diventare allora un freno al desiderio di conoscenza di noi stessi, un freno alla comprensione della singolarità dell’umano. Il nostro dialogare con robot di ogni genere, l’intreccio di relazioni sempre più intime con i loro algoritmi, rischia di farci trascurare il valore del nostro essere corpi viventi con cui facciamo esperienza del reale. Un’esperienza che suscita in noi anche domande di senso a cui le macchine non potranno mai rispondere. Allo specchio di un meticciato in continuo divenire con macchine sempre più umanizzate diventa più che mai necessario prendersi cura dell’umano.
Di questo tema antropologico fondamentale si sta occupando Miguel Benasayag. Il linguaggio dell’informazione, avverte il filosofo e psichiatra, descrive il mondo con i suoi algoritmi e traduce in modelli e codici la presenza fisica del reale. Come ricorda un suo recente titolo, la scelta per il nostro progetto di umanità è allora questa: funzionare o esistere?