Forza Juve

/ 12.06.2001
di Aldo Cazzullo

Ero a Cardiff con mio figlio di vent’anni, juventino con la passione che avevo io alla sua età, e ho sofferto la mia parte. Però l’atmosfera era bella, prima è stata messa in comune la speranza, poi la delusione; e i sentimenti messi in comune si stemperano sempre in modo più dolce. Poi tornato in Italia ho trovato un clima che mi ha lasciato perplesso. Come se incombesse sulla squadra più rappresentativa del Paese una sorta di maledizione.

In realtà, non esiste nessuna maledizione della Coppa Campioni, o Champions League come si chiama adesso. Semplicemente, la Juve ha perso contro una squadra più forte; e l’evento di piazza San Carlo a Torino, dove ci sono stati oltre mille feriti, era organizzato male.

Se è proprio necessario – ai tempi dell’Isis e della paura dell’Isis – tenere un grande assembramento in una piazza barocca del centro storico (anziché magari in un parco, o meglio ancora allo stadio come hanno fatto a Madrid), occorre farlo in altro modo. In piazza San Carlo c’erano 30 mila tifosi juventini: tanti quanti a Cardiff. Ma a Cardiff c’erano i metal detector, la birra veniva servita in bicchieri di plastica e non in bottiglia, nella folla erano numerosi gli agenti in borghese, mimetizzati bene ma non benissimo, a vigilare sugli assembramenti. Risultato: non è accaduto nulla, nonostante la presenza di 30 mila avversari (con cui gli juventini non hanno né fraternizzato né antipatizzato: le due tribù si sono ignorate, come l’acqua e l’olio).

Anche a Torino sarebbero serviti varchi di controllo: non solo per scoprire eventuali malintenzionati, ma anche per la tranquillità di tutti gli altri. Il divieto di portare o vendere bottiglie di vetro non doveva essere solo teorico, ma fatto rispettare. Le vie di fuga devono essere sempre aperte, protette, ben segnalate. E siccome il procurato allarme è reato, agenti in divisa e in borghese avrebbero arrestato i responsabili (o li avrebbero dissuasi).

Detto questo, i paragoni con l’Heysel – che pure si sono sentiti, in particolare sul web – sono fuori luogo e anche irriguardosi nei confronti dei 39 morti e dei loro familiari. Stavolta gli errori logistici si sono sommati a una certa fragilità psicologica, esasperata dal risultato della partita: se la Juve avesse vinto, probabilmente gli sciocchi che hanno seminato il panico sarebbero stati ignorati o sommersi dalla felicità generale.

Qui torniamo a Cardiff, e a un’altra forma di suggestione collettiva: la cabala, il sortilegio. In realtà, ogni finale fa storia a sé. Dybala, che non era un fenomeno ieri e non è una schiappa oggi, con ogni probabilità non ha mai sentito nominare Longobucco o Magath, e forse neppure Rep o Dino Zoff. A Belgrado la Juve autarchica del 1973 incontrò una squadra troppo superiore. Ci fu una sola epoca in cui i bianconeri erano decisamente i più forti al mondo: l’epoca di Platini, che vide appunto l’amara vittoria di Bruxelles e la sconfitta di Atene, quella sì incredibile. A Cardiff si respirava un clima fin troppo fiducioso, che non ha aiutato a impostare correttamente la partita, come lo stesso Allegri ha riconosciuto: la Juve ha bruciato tutte le sue energie fisiche e psicologiche per rimontare e imporsi nel primo tempo; poi è crollata contro il numero uno del calcio mondiale e una squadra costruita attorno a lui.

Non è vero che i bianconeri non sanno vincere in Europa: sono stati i primi a conquistare tutte e tre le Coppe. Semplicemente, in Europa la società torinese ha più concorrenza e meno potere che in Italia (come le ha ricordato a Cardiff l’arbitro Brych, non decisivo ma comunque pessimo). Il Real Madrid è in questo momento il club più ricco del pianeta; e la ricchezza al nostro tempo cresce in modo esponenziale, rende difficili i confronti, per cui in Italia il giocatore più pagato, Higuain, faceva in Spagna la riserva neanche di Ronaldo ma di Benzema.

Resteranno, di questa finale, il sollievo per il dramma evitato in piazza San Carlo, e l’orgoglio ferito della comunità juventina, l’unica davvero nazionale, oggi malmostosa ma pronta a rimettersi in marcia verso Kiev (finale di Champions 2018) o verso Mosca, dove si giocano i prossimi Mondiali, e la difesa della Juve oggi bistrattata sarà ancora l’ossatura della Nazionale italiani.

Il resto è superstizione: uno dei tanti mali di un Paese per altri versi baciato dalla fortuna. Anche se non in politica; come dimostrano le tormentate vicende di questi giorni, di cui ci occuperemo quando sapremo come finirà il lungo tormentone della legge elettorale.