Fino a quando reggerà il sistema?

/ 22.05.2023
di Giancarlo Dionisio

Secondo un’analisi condotta da GlobeNewswire, l’industria mondiale globale dello sport ha un valore annuo di mercato di 441 miliardi di dollari. Le previsioni annunciano che nel 2025 raggiungerà i 600 miliardi di fatturato.

In un’epoca in cui l’economia si intreccia sempre di più con il concetto di sostenibilità a 360 gradi – finanziaria, sociale, ambientale, etica – mi sorgono spontanee alcune domande. Sarà l’industria del «non strettamente necessario» a ridare respiro a un sistema economico disinvoltamente liberista che mostra le sue crepe ? Che peso attribuire agli appelli, anzi direi alle grida di allarme, che reclamano la decrescita e la circolarità dell’economia? Queste cifre contribuiranno ad alimentare ulteriormente una società a due velocità, con un’esigua minoranza sempre più ricca, e una stragrande maggioranza sempre più confrontata con i buchi della cintura?

Lo sport, in quanto spettacolo – lo affermo consapevole del fatto che è l’ambito che per decenni mi ha consentito di vivere – non è indispensabile. Provoca piacere ed emozioni, diverte, ma si può sopravvivere serenamente anche senza di esso. Così fanno milioni di persone. Quello praticato, per contro, è un prezioso contributo al nostro benessere, anche dal punto di vista dell’equilibrio mentale. Non lo dico io. Lo sostengono numerosi studi scientifici. Ma per praticarlo basta veramente poco: un paio di «braghette» e delle scarpette per camminare, correre, andare in montagna e giocare a pallone. Una bicicletta, magari di seconda o terza mano, per pedalare. Un costume per nuotare.

Con questi presupposti il fatturato del pianeta-sport calerebbe, e non di poco. Ci stiamo addentrando in uno dei periodi più difficili della storia recente della terra. Divampano ancora delle guerre. Non solo quella tra Russia e Ucraina, che quotidianamente ci viene traghettata in casa. I fronti aperti sono molto più numerosi di quanto possiamo immaginare. Alcune fonti che parlano di una sessantina di conflitti. Altre di più. C’è una maggioranza della popolazione che ha fame e non ha di che saziarsi, a fronte di una minoranza che può permettersi di gettare tonnellate di cibo in esubero. Non sono situazioni che scopriamo oggi, ma è pur vero che il gap tra super ricchi ed extra poveri cresce a velocità supersonica. Inoltre – e questa è una questione che ci viene catapultata addosso in questi ultimi anni – l’allarme clima ci costringe a ripensare molti aspetti della nostra quotidianità. Mobilità lenta, produzione e utilizzo di energie pulite e rinnovabili, consumi responsabili, secondo molti studiosi e scienziati, sono orizzonti da raggiungere in tempi brevissimi, se vogliamo garantire continuità al pianeta.

Da ultimo, non possiamo dimenticare un aspetto che tocca da vicino la stragrande maggioranza degli utenti dello sport: la costante riduzione del potere d’acquisto. È un fenomeno che sta intaccando anche la «ricca» Svizzera. Immaginiamo come possa incidere là dove la soglia della povertà è molto più preoccupante. L’approccio alla gestione corrente della vita di un individuo o di una famiglia, dovrà essere ecologico ed economico al tempo stesso. Ciò significherà anche ripensare il sistema sport nella sua globalità. Nel quotidiano, se un individuo del cosiddetto ceto medio impoverito, dovrà scegliere tra l’acquisto di una maglia di Ronaldo e due bistecche da dividere a pranzo in famiglia, non avrà dubbi. Idem se l’opzione è tra un biglietto da 30-40 franchi (costo minimo) per l’entrata allo stadio, e la sostituzione delle scarpette lacerate di un figlio o di un nipotino. Che dire dell’abbonamento per seguire la squadra del cuore sul posto, o su una piattaforma a pagamento? Forse si potrà permettere di godersi lo spettacolo in occasione di una finale imperdibile. Altrimenti meglio un film gratuito su una TV «in chiaro». Se i due protagonisti alla fine non si sposano, la spettatrice o lo spettatore mangerebbero meno rabbia rispetto a quella che scatenerebbe la sconfitta, magari immeritata, dei propri ragazzi.

Lunga vita allo sport, ben inteso, ma che gli addetti ai lavori siano pronti ad affrontare cambiamenti radicali. Ovviamente non sarà il solo ambito a dover passare alla cassa. Ad esempio, anche il turismo – culturale, artistico o wellness che sia – che implica ancora più spostamenti e consumi dello sport, dovrà giocoforza reinventarsi.