Esercizi di discrezione

/ 01.05.2023
di Lina Bertola

Salgo a Lugano, tarda mattinata, il vagone è affollato. Trovo posto di fronte a una signora impegnata in una conversazione telefonica invero poco riservata. Al rumore del treno in partenza si sovrappongono parole che sembrano alludere a gravi questioni esistenziali. Si va da una minuziosa descrizione di comportamenti riprovevoli subiti a suppliche trepidanti, rivolte ad un misterioso interlocutore affinché le dia conforto e la aiuti a capire e a reagire. Quando la signora si accorge che, del tutto involontariamente, sono stata catapultata nel suo racconto, prova ad abbassare un poco il tono della voce, rivolgendomi pure un sorriso abbozzato che però non riesco a decifrare: vuole solo scusarsi per questa intrusione un po’ spudorata, per questa sua eccessiva invasione di uno spazio comune, o desidera al contrario coinvolgermi ulteriormente nel suo inquieto vissuto?

L’episodio risale a qualche giorno fa, sul momento non sono stata in grado di decifrare di quale esibizionismo fosse nutrito il sorriso della mia dirimpettaia; non capivo se desiderasse solo farsi ascoltare, vergognandosene forse un po’, o se fosse invece in attesa anche di un mio sempre gradito «mi piace». La sola cosa che avevo colto con chiarezza, in quella situazione indesiderata, è che avrei tanto voluto scomparire. Avrei voluto non essere lì o meglio, avrei voluto essere invisibile.

Oggi mi chiedo quale significato dare a questo desiderio di nascondermi; mi chiedo a quale orizzonte di valori possa essere riconducibile il sentimento di profondo disagio vissuto in quel momento. Se consideriamo la verità nel suo significato di aletheia, di svelamento, allora l’essere veri appare come un valore irrinunciabile e il nascondersi non è certo una bella cosa.

Il teatro dell’esibizione è sempre pieno di nascondimenti, avevo dunque bisogno di trovare un altro significato per questo mio desiderio di scomparire di fronte a quello spettacolo improvvisato. Percepivo che il mio sentimento doveva avere un significato diverso da quello di nascondere la propria verità mascherando il proprio sé con parole urlate e inconsistenti o con l’esibizione di corpi sempre più modificati. Sentivo che quel mio spontaneo bisogno di nascondermi non aveva proprio nulla a che vedere con l’intreccio perverso che sempre lega esibizione e nascondimento.

Penso di aver capito, a posteriori, che questo desiderio di sottrarsi al «grande spettacolo» custodisce un valore grande, ovvero il valore della discrezione: una postura del vivere silenziosa quanto preziosa, troppo spesso trascurata in questo mondo così invadente e rumoroso. La discrezione ci fa scegliere di stare in disparte, di non renderci sempre visibili, di non voler esserci a tout prix. Questo voler sparire non è solo, e non è sempre un gesto di resistenza nei confronti della visibilità e della totale accessibilità del mondo. La discrezione può essere un sentimento più profondo, può rivelare una delicata piega dell’animo che sa essere anche un gesto di amore, di amorevole condivisione.

È ciò che sostiene il filosofo Pierre Zaoui che al valore della discrezione ha dedicato pagine bellissime. Non è soltanto una forma di rispetto per il segreto dell’altro: l’anima discreta rinuncia al desiderio di vedere e di essere visti: rende possibile un’esperienza intima che apre le porte alla bellezza inattesa di ciò che è invisibile.

Nell’introduzione del suo La discrétion ou l’art de disparaître, Zaoui ci invita ad aprire delicatamente la porta della stanza dei nostri bambini: li vedremo giocare, loro non noteranno la nostra presenza, non si sentiranno osservati. È una gioia profonda sapersi ritirare affinché le cose e le persone si esprimano senza alcun riconoscimento né controllo da parte dello sguardo di un altro. Questo ritirarsi e nascondersi è dunque un gesto d’amore, affinché le cose accadano nella loro verità.

A ragione il filosofo sostiene che la discrezione, nel suo significato più profondo, è un modo gioioso di essere totalmente presente al mondo, ma a un mondo percepito, e goduto, in una dimensione cosmica e nella bellezza commovente delle cose: una bellezza neutra, senza più un soggetto personale che vede, né oggetti visibili.

Un episodio di quotidiana normalità mi ha dunque permesso di dare un senso al disagio e allo spaesamento. Anche una situazione imprevista, per quanto sgradevole, può invitarci all’ascolto del nostro mondo interiore e può diventare un’occasione per intercettare e lasciar fiorire risvolti dell’animo troppo spesso trascurati.