Quando nel novembre 2002, in Turchia, Recep Tayyip Erdogan vinse per la prima volta le elezioni, andò incontro ai giornalisti stranieri con aria umile, stringendo la mano a tutti, pronunciando parole di pace e di apertura: voleva essere ammesso in Europa, proclamava fedeltà alla NATO, all’Occidente, alla laicità. Un ventennio dopo, il presidente è stato rieletto per l’ennesima volta in un’aura torva, di lesa maestà, di repressione. La caduta di Erdogan avrebbe significato la libertà per artisti, giornalisti, generali, insegnanti, blogger, leader curdi, dissidenti che languiscono in carcere. Avrebbe significato la vittoria della Turchia che guarda all’Europa e al futuro, la Turchia delle grandi metropoli, Istanbul di cui Erdogan è stato sindaco ma che da tempo gli ha voltato le spalle, Izmir (Smirne) che non si è mai piegata, e poi la capitale Ankara. E poi la Rete, gli influencer, i cantanti da milioni di followers, tutti a postare mani a forma di cuore, simbolo del candidato dell’opposizione alla presidenza, Kemal Kilicdaroglu. La caduta di Erdogan sarebbe stata anche un clamoroso colpo di fortuna per un Continente esangue come l’Europa, che si sarebbe ritrovato alle sue cruciali frontiere orientali un Governo amico, un grande Paese con il secondo esercito della NATO e 85 milioni di abitanti, più della Germania.
Invece non è andata così. Erdogan è stato rieletto, nonostante tutto. Nonostante l’anelito alla libertà, alla laicità, all’espressione del pensiero. Nonostante la sofferenza per una crisi economica che umilia il ceto medio e getta i poveri nella disperazione. Erdogan lo sapeva e ha organizzato la rimonta, promettendo tutto a tutti: abbassare l’età della pensione, aumentare i salari pubblici, distribuire borse di studio agli studenti. E l’appello dell’ultima ora del premier di Tirana Rami affinché la comunità albanese sostenesse il presidente non è apparso del tutto spontaneo. Non credo che il ballottaggio di domenica 28 maggio in Turchia possa considerarsi davvero libero, siccome non è libera la stampa e non sono liberi molti oppositori. Tuttavia sarebbe ingeneroso rappresentare Erdogan solo come un satrapo che ha soggiogato e affamato il suo popolo. In questo ventennio la Turchia si è affermata come potenza su tutti gli scenari, dall’Africa all’Asia centrale, oltre che in Medio Oriente. Si è data un’industria della Difesa che esporta droni in molti Paesi. Ha avuto, prima della frenata di questi anni, un’imponente crescita economica. Il Paese si è digitalizzato: pressoché tutti i turchi hanno un’identità SPID (digitale), anche per questo le elezioni possono essere state falsate dalle pressioni, non dai brogli.
La Turchia di Erdogan ha insomma esercitato la sua funzione naturale di ponte tra Asia ed Europa, tra la civiltà cristiana e i popoli turcofoni oppressi dal regime cinese. Poi certo il presidente ha impresso al sistema una torsione personalistica. Prima di lui in Turchia comandavano i generali, che vegliavano – in passato anche con i colpi di Stato – su partiti deboli e divisi. Erdogan ha certo violato le libertà e costruito un’autocrazia, altro che «DC islamica» come si erano illusi i commentatori. Ma ha dialogato con i grandi della Terra. E metà dei turchi ha percepito che con lui il Paese avrebbe contato di più. Ci si augurava che Kilicdaroglu si sarebbe rivelato un leader migliore di lui, nell’interesse dell’Europa e del Paese con una storia millenaria, di immenso fascino, di commovente bellezza. Invece il «Gandhi turco» non è stato considerato all’altezza della sfida.
Il fallimento del colpo di Stato del luglio 2016 non può giustificare il giro di vite imposto da Erdogan; tuttavia va tenuto conto che il presidente si è trovato a fronteggiare una minaccia seria, dietro la quale ha additato l’ombra del predicatore e politologo turco Fethullah Gülen, esule negli USA. Gülen ha sempre risposto che il vero ideatore del colpo di Stato era in realtà lo stesso Erdogan. All’inizio alcuni analisti hanno parlato di golpe improvvisato e poco organizzato, mentre altri hanno sollevato dubbi sulla reale genuinità del colpo di Stato, considerandolo uno stratagemma per legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e una serie di purghe sulla magistratura e sull’esercito. Ma ora si tende a pensare che fosse un golpe vero. Dal voto turco deriva una serie di conseguenze negative per l’Occidente. A cominciare dal rapporto con la Russia. La Turchia fa parte della NATO anche perché storicamente della Russia è nemica. Ma Erdogan, a parte qualche frizione, con Putin si intende abbastanza bene. E questo lo allontana dagli USA e anche dall’Unione europea.
Erdogan non è solo un feroce satrapo
/ 05.06.2023
di Aldo Cazzullo
di Aldo Cazzullo