Sarebbe sbagliato attribuire tutti i problemi di cui soffre attualmente l’economia europea e Svizzera, alla guerra in Ucraina. Ma è vero che quello che, da mesi, sta succedendo sui mercati dei vettori energetici è una conseguenza diretta di questo conflitto ed è anche vero che una buona parte delle misure che Bruxelles e Berna, con le altre capitali europee, hanno già preso, stanno prendendo o intendono prendere per riportare un po’ d’equilibrio in questi mercati possono essere comparate a misure dell’economia di guerra.
La guerra, si sa, ha sempre forti influenze negative sull’economia. In primis nei paesi belligeranti perché porta all’annientamento di buona parte del potenziale produttivo e delle infrastrutture degli stessi. In secondo luogo nell’insieme dell’economia mondiale perché ponendo ostacoli insuperabili all’approvvigionamento in materie prime, prodotti semi-finiti e beni di consumo, ingenera un processo inflazionistico che frena le possibilità di sviluppo di tutte le economie e, spesso, determina una caduta del livello di benessere generale. La variazione quinquennale dei prezzi al consumo in Svizzera, dall’inizio di questa statistica ad oggi, mostra come i periodi delle due guerre mondiali siano stati periodi di forte inflazione eguagliati, nella loro importanza, solo dal quinquennio 1970-75, durante il quale i prezzi del petrolio, in seguito alla guerra del Yom-Kippur in Israele – dal settembre al dicembre del 1973 – nel giro di tre mesi erano stati quadruplicati dall’OPEC per sostenere lo sforzo bellico dei paesi arabi.
L’aumento dei prezzi è quindi la conseguenza diretta di lacune e insufficienze nell’offerta, determinate dagli eventi bellici o da misure di sostegno della guerra. Stiamo parlando di un aumento dei prezzi straordinario che genera sempre reazioni da parte dei governi dei paesi toccati dal fenomeno. Il primo tipo di reazione è l’aiuto finanziario, concesso in forme diverse ai soggetti economici colpiti dal rincaro. Certe volte, poi, per finanziare in parte o in tutto questi interventi, i governi introducono misure fiscali particolari, volte a ridurre l’importo dei guadagni straordinari delle aziende private che producono o vendono i beni rincarati, come potrebbe essere attualmente il caso per le aziende del settore energetico.
Un secondo tipo di reazione governativa è l’imposizione di un calmiere dei prezzi nei mercati dei beni che guidano l’inflazione. I lettori avranno seguito le discussioni accanite che si sono svolte, ancora di recente, a livello di Unione Europea, per arrivare a mettere un tetto al prezzo del gas. Da noi, in Svizzera, un intervento diretto del governo centrale sui prezzi dei vettori energetici è difficilmente pensabile. Tuttavia anche da noi vi sono esempi storici di calmieri dei prezzi. Durante la prima guerra mondiale sia Lugano che Locarno avevano introdotto un calmiere per i prezzi dei beni di prima necessità. Una proposta dei socialisti di introdurre un calmiere a livello cantonale fu invece rifiutata. Quando poi gli eventi bellici sono tali da impedire completamente l’approvvigionamento in beni necessari come, nel caso attuale, potrebbe essere l’energia, i governi degli Stati interessati intervengono e, spesso, sospendono la negoziazione sui mercati di questi beni assumendosi direttamente la funzione di allocare i beni a produttori e consumatori. È quanto sta succedendo in Ucraina. Al posto dell’economia di mercato si istalla così un’economia di guerra.
Può allora capitare – come è successo durante la prima guerra mondiale – che la razione di mais assegnata a un maiale dell’Altipiano sia più grande di quella riconosciuta ad un abitante del Ticino per il quale la polenta, in quei tempi, continuava a costituire un elemento essenziale della sua dieta. L’accesso ai beni – anche a quelli che servono per coprire bisogni fisiologici – viene razionato, in funzione delle possibilità di approvvigionamento. Queste, ovviamente, tendono a diminuire a seconda della lunghezza del conflitto armato. Il razionamento dei consumi costituisce, in un certo senso, l’apogeo dell’economia di guerra. Speriamo di non dover arrivare, nel caso del conflitto in atto attualmente, a questa situazione estrema. Intanto però, non è sicuramente sbagliato ricostituire le nostre riserve alimentari. Anche perché i prezzi della prossima primavera saranno decisamente più alti di quelli di oggi.