Donare: questione di soldi o di tempo?

/ 10.10.2016
di Luciana Caglio

In fatto di primati la Svizzera non scherza. Non solo figura in testa alle classifiche mondiali per la tecnologia di punta e l’intraprendenza innovativa, ma ecco che, secondo uno studio dell’università di San Gallo, si afferma anche nell’ambito umanitario. Alla faccia dei luoghi comuni sulla tirchieria elvetica, i nostri concittadini si confermano campioni di generosità in occasione delle raccolte di fondi per aiutare popolazioni colpite da catastrofi naturali, guerre, pandemie, povertà estreme. Versare 20, 50, 100, e più franchi è diventato ormai un automatismo, che ha persino un risvolto morale: un modo comodo per mettersi la coscienza a posto. Fino a un certo punto, però. Rappresenta, infatti, una scappatoia: donando soldi si evita di donare tempo. Proprio qui gli svizzeri, ma è un tratto comune alle popolazioni dell’Occidente benestante, si dimostrano meno disponibili. Come dire, nei confronti del tempo, moneta preziosa da non sprecare, si fanno bene i propri conti. Con effetti sempre più percettibili sul piano sociale.

Di quest’operazione risparmio fanno, appunto, le spese categorie di persone per le quali ricevere il dono del tempo altrui può essere un toccasana. Si tratta soprattutto di anziani, di invalidi parziali, di marginali recuperabili che, grazie all’intervento di giovani o di pensionati efficienti, sarebbero in grado di condurre un’esistenza pressocché normale, a casa propria, una sorta d’indipendenza assistita. Evitando, o rimandando, l’ingresso in una casa di riposo. Con ciò, malgrado le apparenze, anche in una Svizzera patria della tradizione filantropica, i volontari scarseggiano. 

E allora come colmare questo vuoto motivando i giovani a dedicarsi ai vecchi? Una soluzione l’ha proposta, e con successo, Karl Heinz Kock, un ingegnere di Colonia, per il quale, cinque anni fa, il pensionamento segnò una svolta culturale e professionale: dal settore dell’automobile all’impegno sociale. Di fronte ai costi provocati dalla longevità, elaborò un progetto, ispirato a modelli analoghi che già funzionano, negli USA, in Gran Bretagna e in Giappone: consiste nella cosiddetta «Banca del tempo».

Per spiegarci, il giovane che fornisce una prestazione a un anziano, accompagnandolo a fare la spesa, trasportandolo in auto, aiutandolo nei lavori in giardino, e via enumerando forme di contatto umano, non deve avere la sensazione di compiere soltanto un sacrificio, bensì di svolgere una funzione che ha un valore concreto e, quindi, ottiene un buono, in base alle ore occupate. Depositati nella Banca del tempo, questi buoni compongono un capitale, sempre sotto forma di ore, che, a sua volta, l’anziano di domani potrà riscattare. Come spiega l’inventore: «Un’ora rimane sempre un’ora, non subisce l’inflazione e non produce interessi».

Della proposta Kock, paragonata a un quarto pilastro nell’edificio oggi traballante dello Stato sociale, si è parlato anche in Svizzera. Come si leggeva, recentemente sul «Tages Anzeiger», nella prossima sessione invernale, le Camere federali affronteranno proprio l’iniziativa «Zeitvorsorge» (Riserve di tempo), inoltrata, l’autunno scorso, da un gruppo di lavoro di San Gallo, dove il sistema è già in funzione, sia pure su scala ridotta. Potrà, poi, essere allargata?

Qui si tocca una questione di mentalità, di sensibilità, di educazione familiare, di condizionamento ambientale che influiscono sui comportamenti di fronte al gesto di donare: vissuto come obbligo o piacere. Eccoci, appunto, a scegliere fra il denaro e il tempo, o l’oggetto che, a sua volta, implica del tempo. Sta di fatto che il dono può diventare un indizio rivelatore, lo specchio delle intenzioni di chi lo fa verso chi lo riceve, a seconda delle forme che assume. C’è regalo e regalo: esibizionista, ricattatorio, spontaneo, toccante, utile, balordo, sconcertante: insomma, anche donando si corrono rischi. E, allora, per evitarli, c’è chi ricorre ai contanti, infilati in una busta, o al buono acquisti. Una scelta ragionevole che, però, significa una scorciatoia: comprati tu quel che ti pare. Mentre il bello del regalo sta proprio nell’imbarazzo di scegliere la cosa giusta, pensando alle aspettative del destinatario, procurandogli una sorpresa. Insomma, dedicandogli un po’ del nostro tempo.