Buon divertimento! Divertitevi! Con queste allegre parole capita spesso, in questo periodo, di accompagnare simbolicamente gli amici fin sulla soglia delle loro mete vacanziere. L’augurio è quello di poter vivere momenti piacevoli, con allegria, spensieratezza, leggerezza.
Tutti in vacanza dunque per divertirci, per distrarci!
Ma come? Non viviamo forse già in una società della distrazione?
Non ho bisogno di tante parole per richiamare la potenza del mercato del divertimento così presente e invitante nella vita di tutti giorni. Divertimento e distrazione, che spesso coincidono con il consumo di cose, di esperienze, di emozioni, sono un linguaggio molto pervasivo che tende a orientare i nostri comportamenti.
Dalle gite ai centri commerciali, alle mille attività con cui riempiamo le ore libere dei nostri figli e di noi stessi, tutto rischia di diventare un giostrare senza meta, e forse senza senso, in una liquidità del camminare nella vita così ben raccontata da Zygmunt Bauman nel descrivere, ad esempio, la metamorfosi esistenziale dal pellegrino al viandante.
Ai nostri figli, e a noi stessi, spesso evitiamo accuratamente di sperimentare momenti di noia (uffa, non so che cosa fare!) senza riconoscere, della noia, il grande valore di occasione di incontro con sé stessi. Rischiamo così di riempire gli spazi liberi dalle occupazioni quotidiane con tante cose e con tante esperienze che poi esperienze non sempre riescono a diventare perché siamo in difficoltà nel sostare di fronte alla domanda «che senso ha quello che sto facendo?». Rischiamo così di vivere come trottole sulla superficie del tempo, senza pause che ci invitino ad abitarne le profondità.
Divertimento e distrazione hanno radici semantiche diverse, ma indicano ambedue una separazione, un prendere le distanze. Il volgere altrove del divertirsi (de – vertere) corrisponde infatti al separare, all’allontanare della distrazione (distrahere). Sull’intreccio dei due concetti, il filosofo Blaise Pascal ci ha consegnato una riflessione fondamentale in grado di illuminare, oggi ancora, questo comportamento esistenziale determinato, secondo il filosofo, dalla precaria condizione umana. I suoi celeberrimi Pensieri, pubblicati postumi nel 1670, avrebbero dovuto comparire nell’opera più ampia Apologia del Cristianesimo che però non fu mai realizzata perché il filosofo morì a trentanove anni, nel 1662. In questa straordinaria raccolta di pensieri sulla condizione umana, rimasti frammentari, incontriamo anche riflessioni attualissime e illuminanti proprio sul significato del divertissement. Quando Pascal descrive il desiderio mai soddisfatto di felicità sembra proprio che stia parlando di noi e del nostro modo di abitare (e di consumare) la vita. «Per natura siamo sempre infelici in tutte le condizioni e i nostri desideri ci prospettano una condizione felice, perché aggiungono allo stato in cui siamo i piaceri di uno stato in cui non siamo, ma qualora raggiungessimo questi piaceri, non saremmo perciò felici, perché nutriremmo altro desideri…». Viviamo dunque in uno stato di perenne agitazione perché «nulla è così insopportabile per l’uomo quanto l’essere in assoluto riposo (…) senza divertimenti». Uno stato insopportabile in cui l’uomo avverte «il niente, l’abbandono, l’insufficienza, il dipendere, l’impotenza è il vuoto (…) e nel fondo della sua anima la noia, la tristezza, la malinconia, il dispetto e la disperazione». Ecco allora la necessità del divertissement, quel «trambusto» esistenziale che ci impedisce di pensare alla nostra «infelice condizione».
«Noi non cerchiamo mai le cose ma la ricerca delle cose», ma non ce ne rendiamo conto, aggiunge, perché non conosciamo noi stessi. La consapevolezza della nostra condizione ci può invece portare a cogliere, nel continuo ricercare, una promessa di trascendenza. In Pascal ciò è sostenuto dalla fede in Dio. Ma anche volendo prescindere da questa prospettiva religiosa, a me pare, il suo, un messaggio per tutti noi: un invito a conoscere e ad abitare, della nostra «infelice condizione», anche un altrove. È un invito a riflettere sul senso di tutto questo agitarsi e sul malessere che ne deriva, sempre più palpabile, soprattutto tra i giovani.
C’è allora da sperare che il divertimento e le distrazioni vacanziere possano diventare, in verità un po’ paradossalmente, un momento di ritorno alla propria intimità, trascurata nelle distrazioni quotidiane. Può essere che proprio in quell’augurio di «buon divertimento» sia custodito l’invito a viaggiare anche nel nostro mondo interiore.