Le parole non stanno mai ferme. Entrano nei dizionari o escono a dipendenza delle contingenze storiche. Lo sanno bene i lessicografi e chi scrive per mestiere o per passione. Anche il loro significato non è mai fissato una volta per tutte in uno stampo: evolve e cambia, assumendo sfumature a volte minime ma capaci di generare grandi equivoci. Prendiamo il caso di «razza», un tipico prodotto dell’illuminismo e del positivismo, transitato dalla zoologia all’antropologia, per poi alimentare tra l’Otto e il Novecento le teorie razziste dei regimi totalitari. Oggi il termine sopravvive perlopiù sottotraccia, ma per secoli è servito a classificare e gerarchizzare persone e popoli sulla base del colore della pelle, dei tratti somatici, delle abitudini alimentari, dell’abbigliamento, dei culti religiosi. Per il conte de Gobineau, uno dei massimi studiosi di questa pseudo-scienza, in cima alla piramide stava ovviamente la razza bianca, seguita dagli orientali gialli e dai neri africani. Ma prima che questa parola diventasse un criterio discriminatorio e al culmine della sua parabola un’arma di sterminio, mancava una coscienza precisa delle sue implicazioni politiche e sociali. Era «normale» usarla per evidenziare le differenze tra una popolazione e l’altra. Così come era corrente nell’editoria – anche in quella impegnata, di «sinistra», come l’Einaudi – usare «negro» quando ci si riferiva agli afroamericani. Fin dentro gli anni Settanta del secolo scorso non suscitava sorpresa né disapprovazione ragionare intorno al «problema negro negli Stati Uniti». Solo in seguito tutta l’incastellatura eretta dai teorici della razza è stata smontata dalle ricerche dei genetisti e dagli antropologi culturali.
Già Claude Lévi-Strauss, in un testo redatto nel 1952 su incarico dell’UNESCO, aveva contribuito a diradare la nebbia che si era addensata su quella parola maledetta e che aveva avvelenato i rapporti tra le comunità religiose d’Europa, con in prima fila gli ebrei. Nel suo intervento intitolato Race et histoire, l’antropologo franco-belga negava che alla base delle differenze riscontrabili negli abitanti nel vecchio e nuovo Continente vi fossero «attitudini distinte connesse alla costituzione anatomica dei negri, dei gialli o dei bianchi». E aggiungeva che tale diversità dipendeva dalle circostanze geografiche, storiche e sociologiche e non da concezioni puramente biologiche di razza («dato e non concesso – precisava – che anche su questo terreno circoscritto, tale concetto possa ambire all’oggettività, cosa che la genetica moderna contesta»).
Nel nostro Paese il razzismo ha attecchito solo nelle frange dell’estrema destra antisemitica (in Ticino nella Lega Nazionale nella seconda metà degli anni Trenta). E si capisce, giacché parlare di «razze» in un Paese eterogeneo come la Svizzera (per lingue, confessioni, storie, culture) significava intaccare le fondamenta stesse della convivenza confederale. Ha invece preso piede, ed è rimasto a lungo nella pubblicistica e nell’oratoria politica, il concetto di «etnia» (o anche di «stirpe») a designare soprattutto le peculiarità di minoranze come quella romancia e ticinese. Negli stessi anni in cui Lévi-Strauss pubblicava le sue riflessioni, la Nuova Società Elvetica (sede della Svizzera italiana) promosse un concorso di idee sotto il motto: «Ciò che il Ticino ha di più notevole è il suo carattere etnico». Due i lavori presentati in quella occasione: Guido Locarnini (primo premio) ed Edoardo Barchi, entrambi autori di saggi intitolati Il problema etnico ticinese.
Allora la grande preoccupazione riguardava il calo demografico della compagine autoctona (quindi la graduale perdita del volto italico del Cantone) e il pericolo rappresentato dalla crescente «infiltrazione» di elementi allogeni, in particolare di confederati provenienti da oltre San Gottardo. Oggi le coordinate sono cambiate, così come le direzioni e la qualità dei flussi migratori, sebbene la demografia rimanga una osservata speciale, sismografo di movimenti di lungo termine nel sottosuolo della società. Nel quadro di queste trasformazioni, anche l’«etnia», intesa come sostantivo, è uscita di scena, cedendo il posto all’aggettivo «etnico» (cucina etnica, costumi etnici ecc.). Ma non è detto: si sa infatti che le parole, anche quelle più scabrose e famigerate, o forse proprio per questo loro carattere, non abbandonano mai definitivamente il campo, come la cronaca si incarica di ricordarci quotidianamente.
Discutendo di razza ed etnia
/ 03.07.2023
di Orazio Martinetti
di Orazio Martinetti