Dal «nuovo» Credit Suisse al sushi

/ 19.06.2023
di Ovidio Biffi

LACRIME E SANGUE – «Oggi è l’inizio di un nuovo capitolo per UBS e per l’industria finanziaria globale (…). Ecco il nostro impegno: rimarremo concentrati su ciò che conta davvero: la sicurezza del patrimonio delle nostre clienti e dei nostri clienti, supportandoli nel raggiungimento dei loro obiettivi». È quanto affermano il presidente del consiglio di amministrazione di UBS Colm Kelleher e il CEO Sergio Ermotti in una lettera aperta di lunedì scorso con la quale ufficializzano l’annunciata acquisizione di Credit Suisse (CS). Altri, meglio attrezzati, spiegheranno i dettagli di questo mutamento epocale della piazza finanziaria elvetica. Mi preme solo portare alla luce che, in concomitanza con l’ufficializzazione, il «Financial Times» ha commentato l’avvenuta acquisizione precisando che per il «nuovo» Credit Suisse (di fatto declassato anche dall’indice SMI della Borsa di Zurigo) ci saranno non solo dei paletti, ma delle vere e proprie «red lines», cioè dei divieti a compiere determinate operazioni finanziarie senza l’avallo dei nuovi proprietari.

A qualcuno questo può sembrare una misura che rientra nella norma, un po’ simile al passaggio sotto il giogo dei vinti che venivano umiliati nelle sfilate al termine di battaglie e guerre nell’antica Roma. Inevitabile ritrovare lo stesso rituale in un’industria spietata come quella finanziaria. Queste disposizioni (o imposizioni) volte ad annullare i rischi sono però anche un segnale all’indirizzo di chi per anni ha in definitiva tollerato quanto i troppo avidi dirigenti del CS seguitavano a fare, ignorando persino le multe miliardarie con cui gli americani cercavano di frenare appetiti sfrenati e comportamenti illegali. Questo ci ricorda che in fondo UBS sta solo cercando misure e soluzioni – e purtroppo dovrà farlo anche sul piano occupazionale – che FINMA e politici non hanno saputo esigere o imporre.

PREVENTIVI E CONSUNTIVI – In quasi tutti i comuni del nostro Cantone (le eccezioni sono pochissime) c’è stato un prolungato coro festoso dedicato ai conti consuntivi del 2022. Quasi un «copia e incolla» collettivo a cui ha partecipato anche il mio comune, dove le «ipotizzate cifre rosse, sono invece ampiamente nere». Tranquilli: niente riduzioni di tasse, gli utili andranno a rimpolpare riserve e altre voci di bilancio. Questo il coperchio usato quasi ovunque dai Comuni, lo stesso subito brandito (ma guarda tu!) per giustificare l’inatteso consuntivo positivo anche del Cantone e per prevenire eventuali bollori e richieste dei contribuenti: il «fattore sorpresa». C’è però da chiedersi se una stesura etica dei preventivi, atta a programmare uscite e spese commisurate, figuri ancora fra le priorità dei partiti democratici e venga considerata sinonimo di una sensata e sana amministrazione. Diceva il politico americano Zell Miller: «I tagli alle tasse non sono solo qualcosa che ogni contribuente merita, ma anche il miglior modo di contenere la spesa governativa. Anzi: è il miglior tipo di riforma fiscale, per una ragione molto semplice: se il denaro non raggiunge mai il tavolo, il Congresso non può divorarlo». Mettete «Pubblica amministrazione» al posto di «Congresso» e… si gioca in casa.

NOMI E SAPORI – Usa inchiostro all’acido sulfureo Camillo Langone su «Il Foglio» per commentare la notizia che l’Italia è il primo Paese europeo per consumo di sushi: «Già questo dato dovrebbe dirla lunga sulla sacralità del cibo italiano: una religione alla quale credono sempre meno gli italiani stessi. In effetti basta guardare i locali di nuova apertura (…) e si scopre che gli italiani sono sempre pronti a buttarsi sull’ultima novità più o meno esotica, dal sushi, appunto, al poke, passando per il kebab. Come dire che sono sempre pronti a buttarsi via». E fornisce anche una prova: «L’altro giorno nel menù di un locale che si autodefinisce osteria ho letto kataifi, Cantabrico, wasabi, patanegra, yuzu, tataki, teriyaki, quenelle, chips, burger, flan, cesar salad, cheesecake: fine delle differenze culturali, dispersione del nostro peculiare nel minestrone globale». Domandina finale: da noi, criticoni incalliti di tutto quel che capita nella vicina Repubblica (sempre attenti e pronti però a copiare), sullo stesso fronte, cioè in fatto di gastronomia e turismo, le cose vanno meglio o è vero il contrario?