Dal Credito Svizzero al Credit Arabe?

/ 05.12.2022
di Angelo Rossi

Quando, più di 60 anni fa, frequentavo la Scuola cantonale di commercio, e incominciavo ad interessarmi dei problemi economici, in Svizzera c’erano ancora cinque grandi banche: UBS, Credito Svizzero, SBS, Banca Popolare Svizzera e Leu Bank. Con il passar del tempo, l’una dopo l’altra, tre di queste banche hanno chiuso gli sportelli e sono state acquistate dalle due che sono restate, l’UBS e il CS. E ora sembra che il processo di concentrazione bancaria sia arrivato all’ultima svolta: il Credito Svizzero sta sbandando da far paura e se si salverà lo dovrà a un’iniezione di capitale arabo. Ma anche una fusione lo potrebbe rimettere in carreggiata. A seguire l’opinione della maggior parte dei commentatori, i guai del Credito sono cominciati dal momento in cui, dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, che era bravamente riuscito a superare senza ricorrere ad aiuti della Confederazione, la banca decise di adottare una nuova strategia e di diventare soprattutto una banca di investimento. A noi non specialisti degli affari finanziari basterà sapere che questa era una scelta per incrementare i profitti della banca. Nello stesso tempo, però, esponeva l’istituto di credito a maggiori rischi. La variante strategica che avrebbe consentito sonni più tranquilli ai suoi responsabili sarebbe stata quella di puntare sull’amministrazione dei capitali dei clienti. Ma venne messa da parte. Oggi c’è chi afferma, e non sono gli ultimi venuti, che questa scelta era ineluttabile perché se il Credito non si fosse pronunciato per la variante banca d’investimento oggi non esisterebbe più come banca indipendente.

Sono valutazioni che lasciano il tempo che trovano perché è difficile dire se gli argomenti sui quali poggiano siano davvero incontrovertibili. Soprattutto se si tiene conto che la strategia scelta ha generato, nel corso dell’ultimo decennio, una forte erosione del valore del titolo a causa di decisioni, è bene sottolinearlo, che non sono state prese direttamente nella sede svizzera della banca. L’errore strategico – ineluttabile per alcuni – ha portato al declino del Credito Svizzero. In particolare perché alla strategia sbagliata si sono aggiunti gli altri errori del management. Essi possono essere divisi in tre categorie di eventi negativi, succedutisi, anche a brevi intervalli di tempo, nel corso degli ultimi 12 anni. La prima è rappresentata dalle pratiche illecite che hanno obbligato la banca a pagare multe miliardarie, in particolare al governo degli Stati Uniti. Il problema qui sembra essere dato non solo dalla frequenza e dal livello elevato delle multe ma anche dall’incapacità dei dirigenti del Credito di imparare una buona volta la lezione. Il secondo gruppo di eventi negativi è rappresentato dalle perdite che la banca ha subito nel settore degli investimenti. Sono attività in buona parte gestite dalla sua filiale americana, la «First Boston», che è diventata praticamente una banca nella banca. Pare che i dirigenti del Credito di Paradeplatz non siano mai riusciti, nonostante il lungo periodo di tempo trascorso dall’acquisto di questa banca, a tenerla sotto controllo. Ci sono poi gli scandali e scandaletti che non concernono che in parte l’andamento degli affari. Citiamo dapprima la distribuzione di boni, specialmente sotto la direzione di Brady Dougan, Ceo della banca dal 2007 al 2015. Nel 2009, dopo la crisi bancaria internazionale, il Credito Svizzero conosce una forte ripresa e paga ai suoi collaboratori 6,85 miliardi di franchi di boni. Il Ceo Dougan, riceve, oltre a un salario di 19 milioni di franchi ancora 71 milioni come bonus. La reazione negativa dell’opinione pubblica è enorme: si parla di manager che usano la banca come se fosse un distributore automatico di prebende.

Da allora la sfiducia nei confronti del Credito è aumentata, nutrita anche dai rapidi avvicendamenti alla testa della banca e dai clamori che li hanno accompagnati. E questa sfiducia si è ripercossa negativamente sul corso delle azioni. Da quasi 60 franchi nel 2010 il loro valore è sceso a 20 nel 2012. Dopo il 2016 la perdita di valore è continuata e oggi l’azione vale meno di un chilo di pomodori. Qualche settimana fa il Credito Svizzero ha presentato una nuova strategia che gli dovrebbe consentire di rilanciare i suoi affari: si tratta per la banca di diventare più svizzera. Per realizzarla, la stessa ha però bisogno di una forte iniezione di capitale. Gli verrà graziosamente messa a disposizione dalla Banca nazionale saudita, una banca largamente in mano al governo di quel paese. E ora i commentatori si chiedono quanto resterà di svizzero nel Credito dopo l’arrivo degli azionisti arabi.