Negli ultimi mesi del 2022 sono arrivati sugli scaffali delle librerie parecchi volumi sui dittatori che hanno determinato tragicamente le sorti del vecchio Continente, e non solo, nella prima metà del Novecento. Saggi su Mussolini, anzi semplicemente M, firmati da Antonio Scurati, e poi centinaia di pagine confluite nell’opera di Emilio Gentile, davvero imponente (Storia del fascismo, Laterza). L’elenco è veramente lungo. Il centenario della marcia su Roma ha ridestato un filone di ricerca sul ventennio nero: una ripresa che molti osservatori hanno collegato alla vittoria elettorale della destra lo scorso 25 settembre. Tracciare parallelismi, come ben sa ogni studioso avveduto e non accecato da pregiudizi, è sempre azzardato. Tuttavia non è malevolenza ritenere che taluni geni presenti nell’attuale maggioranza provengano da quel passato, mai del tutto ripudiato (il che vale anche per gli antagonisti storici, ovvero per i comunisti o ex-comunisti).
Via un anniversario pesante (la marcia), eccone un altro, non meno significativo: l’ascesa al potere di Hitler, il 30 gennaio del 1933, dunque novant’anni fa. Anche nel caso del Führer, come per il Duce, le occasioni per ricordare quella Machtergreifung, come la chiamano in Germania, non mancheranno, come pure i consueti tributi postumi di gruppi neonazisti. L’anniversario cade a pochi giorni di distanza dalla Giornata della memoria, in ricordo della liberazione del campo di Auschwitz per opera dell’Armata rossa il 27 gennaio 1945.
Il materiale per una riflessione seria è dunque abbondante. Uno dei tarli che da anni tormentano gli storici è come sia stato possibile per Adolf Hitler liquidare in così poco tempo le istituzioni della Repubblica di Weimar, per instaurare mese dopo mese un regime prima autoritario e poi totalitario. Un’accelerazione che impressionò anche la nostra stampa locale. Già il 12 febbraio il «Giornale del Popolo» scrisse che «la dittatura Hitler-von Papen va consolidandosi progressivamente in Germania. Dopo le misure limitanti considerevolmente la libertà di stampa e di riunione, il Governo del Reich non ha tardato molto ad attuare il meditato colpo di forza contro la Dieta ed il Gabinetto della Prussia». Un allarme su un Paese finito sotto il «tallone di Hitler» che «Libera Stampa» riprende e sottolinea quotidianamente. Dalla marcia su Roma erano trascorsi meno di undici anni, ma già erano cambiati gli strumenti e i modi del comunicare; era apparsa la radiofonia, di cui il fascismo comprese subito le potenzialità come veicolo di indottrinamento, promuovendo la diffusione degli apparecchi riceventi nelle famiglie. Ora le notizie viaggiavano più rapidamente, ma per il pubblico risultava difficile, se non impossibile, verificarne la veridicità e l’imparzialità.
Tra le due guerre violenza, propaganda ed esaltazione delle razze cosiddette superiori camminarono assieme scavando la fossa a quel che restava della Repubblica di Weimar, nata all’indomani della grande guerra del 1914-18 dalla quale la Germania era uscita non solo sconfitta, ma umiliata. Le riparazioni di guerra imposte dalla Conferenza di Versailles rinfocolarono i propositi di rivalsa, un sentimento che l’economista inglese John Maynard Keynes intravide lucidamente in un volume nato a ridosso delle trattative: Le conseguenze economiche della pace. I fatti non tardarono a dargli ragione: nel giro di pochi anni il Paese precipitò nel caos, alimentando la ricerca compulsiva di una guida (Führer) che mettesse fine al disordine e ai veleni sparsi da una inflazione galoppante.
Accanto alla riflessione del «come sia stato possibile» che la democrazia liberale morisse in così poco tempo, gli studiosi s’interrogano sul ritorno dell’uomo (e in certi casi della donna) forte nella politica odierna, sulla seduzione che esercita sulle folle la personalità carismatica. Tema che il maggior biografo di Hitler, Ian Kershaw, ha recentemente posto al centro di un ampio volume appena tradotto in italiano, e intitolato appunto L’uomo forte (Laterza). Un libro da tener presente, soprattutto per evitare che gli ordinamenti liberal-democratici meno saldi cadano nelle mani di oligarchie (Governo di pochi) o monocrazie (Governo di uno solo). Come si è tentato di fare perfino negli Stati Uniti (dove per la verità gli anticorpi avrebbero dovuto funzionare) e, di recente, in Brasile.