Entriamo piuttosto guardinghi nell’anno appena nato, come gatti acciambellati sugli zerbini e tuttavia vigili: sempre pronti a spiccare il balzo salvifico un istante prima di essere sorpresi da un rottweiler o investiti da un motorino. Se chiedete in che cosa possiamo sperare per l’anno venturo, mi vengono in mente solo i felini, la loro studiata prudenza, la capacità di tenere la posizione fino all’ultimo e l’istinto animale per la sopravvivenza.
Non sarà il massimo delle ambizioni, ma se proviamo ad osservare il 2022 dallo specchietto retrovisore della storia vediamo un’umanità che pensava di essere scampata al morbo neo-medievale del coronavirus e si è trovata immersa in una sporca guerra sul pianerottolo di casa, la malandata casa europea – abbruttita sul finire dell’anno passato da uno scandalo tangentaro. Un deprimente spettacolo che ci travolge con i suoi drammi annessi e connessi, tipo la traballante situazione energetica. D’altra parte è così quando, per scaldare il salotto occidentale, si stipulano contratti con democrazie notoriamente finte, dalla Russia ai torbidi regimi petroliferi. O l’inflazione e il conseguente aumento del costo di tutto (comunque più contenuto in Svizzera rispetto all’Eurozona).
Almeno, nei già pochissimo brillanti anni della pandemia l’ingegno umano aveva partorito i vaccini che, volenti o nolenti, hanno evitato una decimazione (a dir poco) della popolazione mondiale, checché ne dicano i critici. Ma qui, tra autocrati guerrafondai, regimi come quello talebano che tornano a impedire alle donne di studiare all’università o come quello iraniano che appronta patiboli per soffocare dentro un cappio il grido di protesta delle piazze, il vaccino dov’è?
Chi può fabbricare, oggi, il vaccino della pace? Dove si nasconde la sua ricetta? Che fine hanno fatto le speranze della nuova era di armonia e prosperità che sembrava essersi spalancata sul mondo dopo il crollo del Muro di Berlino? E che cosa abbiamo fatto dell’eredità etica della Seconda guerra mondiale, dei suoi solenni «mai più» all’orrore e alla violenza, della convinta costruzione di un’umanità pacifica e pacificata?
Guardandoci intorno la situazione è desolante, ma dobbiamo ammettere che sul nostro zerbino le cose non poi vanno tanto male. Perché un conto è avere meno potere d’acquisto e restare sgomenti leggendo i giornali ma trascorrendo le feste più o meno come prima, tra panettoni, spumanti e maratone Netflix, dentro una casa che non è minacciata da una pioggia di missili, e un conto è sperare che non ti crolli il soffitto in testa o che tuo figlio, tuo marito o tuo padre non muoiano, là al fronte. Sono quasi tutte giovani le vittime del conflitto russo-ucraino (su tutti e due i fronti) ed è vergognoso che non se ne parli, che delle loro vite e delle loro morti non resti quasi traccia, qui nei tg e nelle nostre coscienze.
Felinamente acciambellati nelle nostre confortevoli tane, non possiamo e non dobbiamo consolarci pensando di stare meglio di chi sta peggio, sarebbe meschino e poco lungimirante. Ci deve consolare e dare speranza, invece, credere che dopo ciò che è successo negli scorsi mesi, dovremmo avere acquisito qualche anticorpo al male. Come minimo l’intelligenza dei gatti che attivando le vibrisse fiutano in tempo le minacce nell’aria. E, soprattutto, sanno togliersi dagli impicci prima di essere travolti.
Ce ne sono fin troppe di minacce che non abbiamo saputo o voluto vedere – dalla crisi ambientale, al terrorismo, alle guerre dormienti, agli squilibri economici – e abbiamo imparato, o avremmo dovuto imparare, che di fronte a queste sfide o ci si salva tutti o non si salva nessuno. Mentre attendiamo se non un vaccino alla tragedia, almeno un palliativo – che so, un accordo di pace o uno straccio di armistizio, per restare alla crisi russo-ucraina – ci auguriamo che il 2023 sia un balzo verso la saggezza, uno scatto dell’intelligenza collettiva, della nostra responsabilità nei confronti della famiglia umana e dell’intero pianeta. Ce la possiamo fare, nel corso della storia l’umanità è uscita da crisi orripilanti come le secolari pestilenze e i conflitti mondiali. Sì, ce la possiamo fare: i gatti hanno sette vite. Riusciremo a non sprecarle tutte?