Ci lasciamo alle spalle un’altra festa dei lavoratori chiedendoci se esistono ancora i «borghesi» e i «proletari» come gruppi antagonisti e distinti. Non sono realtà che invece di combattersi tra loro dovrebbero coalizzarsi per resistere alle pressioni del mercato globale, che ha ridotto drasticamente il potere dei primi e ha fatto sparire dal vocabolario della vita corrente i secondi?
Chi si definirebbe «proletario», oggi? Il termine è da libri di storia. Etimologicamente parlando, indica «chi non possiede altri beni oltre ai propri figli» (dal latino proletarıˇum, che deriva da prōles, prole). E fa riferimento a un mundus inversus rispetto al nostro in cui i giovani sono a carico della famiglia spesso oltre i trent’anni. I figli non sono più la ricchezza (materiale) dei genitori, ma il contrario.
Sarà che la «mano invisibile del mercato» ha arricchito un po’ tutti (non proprio tutti), sarà che sotto il maglio della competizione e del consumo finalizzati al profitto personale, ricchezza e povertà non sono più dimensioni sociali. Nel «tutti contro tutti» della civiltà dei consumi si è poveri e si è ricchi da soli. E così come nessuno vuole definirsi proletario, tutti aborrono definirsi poveri. Per male che vada appartieni al «ceto medio», sempre alle prese con qualche incubo da ricchi, come rischiare perennemente di chiudere bottega. Sono nascosti lì i «nuovi poveri», nel «ceto medio». E nelle sue pieghe meno visibili. Come le famiglie monoparentali, dove soprattutto le donne devono ingegnarsi per crescere i figli senza perdere il lavoro. Eroico.
Niente più «borghesi» e «proletari» quindi, ma – come osservava Shady Dell’amico nel sito filosofiaenuovisentieri.com – «chi ce l’ha fatta» e «chi no». C’è il terrore di «non farcela», di rimanere fuori dal mondo del lavoro e che i nostri discendenti non godano delle stesse condizioni salariali ed esistenziali di cui disponiamo noi. In questo paradigma la società e le sue regole non vengono mai ridiscusse, anche quando sono sbagliate o disumane. Colpe e meriti vanno esclusivamente a carico degli individui. Tocca sempre ai singoli adattarsi alla giungla sociale, non il contrario.
Del resto, sarebbe complicato farlo. L’Unione svizzera degli imprenditori ha spiegato che «il boom del part-time ha portato la popolazione a lavorare 14 giorni in meno all’anno rispetto a dieci anni fa» e che nel 2030 mancheranno 500 mila lavoratori specializzati. Che fare, quindi? «Lavorate di più» risponde il mondo. «Lavorate di più» dice anche Macron ai francesi promuovendo, tra immani proteste, l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni. Ma esistono altre scelte praticabili, quando la durata di vita della popolazione aumenta e i baby boomer (nati tra il ’45 e il ’64) stanno finendo in pensione?
E sia: se riusciamo a tenerci il posto lavoriamo di più, allora. Ma fino a quando ci verrà permesso? In quale esatto momento s’imporrà l’evidenza che gli esseri umani sono troppo onerosi per il mondo produttivo? Sembra una battuta, forse non lo è. Quanti posti di lavoro saranno risucchiati dall’intelligenza artificiale in una società come la nostra dove la stragrande maggioranza delle persone opera nel terziario (in Svizzera, nel 2022, il 77,4%)?
C’è una bussola per non smarrirsi tra questi scenari: ricordare che il lavoro è fatto per l’uomo e non il contrario e impedire che le mega società abbiano l’ultima parola su un’economia sempre più sovranazionale. Altrimenti le feste del Primo Maggio saranno poco più che pittoresche adunate.