Mai più di oggi ci dispiacciono gli eroi. Prigozhin, per dire. Per noi l’uomo che ha guidato la rivolta contro Putin è un bieco criminale. Ma per i russi era la quintessenza dei valori patriottici che avrebbero dovuto far gonfiare il petto del popolino (fino a quando non è caduto in disgrazia con zar Vladimir). Perché questo, troppo spesso, è l’eroe: un fiero combattente dal punto di vista dei suoi, uno sporco macellaio dal punto di vista dei nemici.
E così, in uno dei tanti sovvertimenti logici e psicologici che accompagnano ogni conflitto, un collerico e facoltoso imprenditore ed ex cuoco di corte, per molti mesi è stato venduto dalla macchina della propaganda russa come il nobile strumento dell’ignobile arte guerresca. O viceversa: un male necessario. Hanno preso un signore che ha chiamato il proprio esercito di tagliagole «Gruppo Wagner» per «denazificare» l’Ucraina. Fingendo di dimenticare che Wagner era il compositore preferito da Hitler, il simbolo stesso della megalomania nazista. «Se ascolto Wagner mi vien voglia di invadere la Polonia», diceva l’inarrivabile Woody Allen. Poi, siccome gli eroi sono pur sempre semplici esseri umani afflitti da passioni e debolezze, capita che ti voltino le spalle. In fondo anche Achille, personaggio letterario di ben altra statura morale rispetto a Prigozhin, era un eroe che vinceva contro tutti ma mai contro sé stesso, del tutto incapace com’era di tenere a bada l’impeto della propria ira. E «infiniti addusse lutti agli Achei». Eroe? Anche no.
Poi, che tristezza!, ci sono gli eroi-vittime. Tihran Ohannisian e Mykyta Khanhanov, due sedicenni amici di scuola si consideravano partigiani ucraini. Una decina di giorni fa sono stati uccisi dai nemici vicino a Zaporizhzhia con l’accusa di aver fatto fuori un poliziotto collaborazionista e un militare russo. Il video che mostra Ohannisian col mitra in mano mentre dice «Due di sicuro, questa è la morte, ragazzi. Addio! Gloria all’Ucraina!» è diventato virale. È eroismo, o manipolazione delle coscienze? Sicuro: in guerra ci vogliono anche persone che hanno più fegato delle altre e sanno sacrificarsi per un bene maggiore. Provo un enorme rispetto per i partigiani di ogni epoca e latitudine, costretti a infliggere violenza per difendersi. Facendolo col mal di pancia però, non col sorriso. Chi sono gli adulti che hanno consentito a due adolescenti di sentirsi al top per aver tolto la vita ad altri uomini e/o ragazzi come loro? Cosa ci sarebbe di onorevole in tutto questo? Dormire «sepolti in un campo di grano» (cit. De André)?
Ringrazio l’arte, la letteratura e la cinematografia che da molti anni hanno smantellato senza remore il mito degli eroi di guerra. Penso ai Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, il gruppo di soldati americani di origine ebraica paracadutato in Francia per uccidere il maggior numero possibile di tedeschi. Combattevano «dalla parte giusta della storia», ma non erano meno crudeli dei loro nemici, tant’è vero che ne collezionavano gli scalpi. O ad American Sniper di Clint Eastwood, in cui uno straordinario cecchino d’élite USA a un certo punto abbatte a sangue freddo un bambino che sta per lanciare una granata durante un’operazione antiterrorismo in Iraq. Bravo? Bravissimo. Un eroe, appunto. O ancora, ed è il mio preferito, a Vittorio Gassman catturato dai nemici ne La grande guerra di Monicelli, che dopo essersi schivato ogni missione minimamente pericolosa assieme al commilitone (Alberto Sordi), insulta a muso duro il capitano (che lo fa fucilare). Il più credibile degli eroi. Non per convinzione, ma per un sussulto d’orgoglio.