Aspettando i Giochi olimpici di Parigi

/ 14.08.2023
di Aldo Cazzullo

Manca meno di un anno ai Giochi di Parigi 2024. L’Olimpiade è l’infanzia del mondo, è una favola globale. Ma non sarà un’Olimpiade facile. Un tempo si sospendevano le guerre per gareggiare. Oggi non accade più. E se si arrivasse a Parigi senza che russi e ucraini abbiano abbassato le armi, cosa accadrà? I russi potranno gareggiare liberamente? Sarà consentito agli atleti ucraini se non altro di non stringere loro la mano? Un segno di quel che potrebbe accadere a Parigi si è visto a Milano, ai Mondiali di scherma disputati a fine luglio. Un’atleta ucraina, Olga Kharlan, ha rifiutato di stringere la mano all’avversaria russa. Si era concordato che sarebbe bastato il tocco con le lame, tradizionale gesto di rispetto e di saluto. Ma la russa astutamente ha inscenato una piazzata per far squalificare la rivale. La squalifica è poi rientrata e tutto il palazzetto milanese ha tifato Ucraina, compresi gli atleti di varie nazionalità. Ma l’accaduto è un monito per i Giochi di Parigi. Lo sport russo è stato in questi anni uno strumento di regime, anche con il doping di Stato. Al di là di qualche dichiarazione generica, non c’è stata una vera presa di distanza del movimento sportivo russo dalla guerra in Ucraina; né probabilmente potrebbe esserci. I singoli atleti non sono colpevoli; il regime sì. Tutti auspichiamo che da qui al 26 luglio 2024, data dell’inaugurazione dell’Olimpiadi (a cent’anni esatti dai Giochi del 1924, quelli del film Momenti di gloria), la guerra sia già finita. Ma se così non fosse?

Anche i Giochi di Tokyo 2020, che in realtà sono stati disputati l’anno successivo, non sono stati facili. Ma era un’altra la guerra in corso: quella contro il Covid. La capitale giapponese è stata più un set che una sede. Ha interagito poco con i Giochi. I giapponesi non li volevano. Gli atleti dovevano restare all’interno del villaggio olimpico e quelli che ne sono usciti per visitare Tokyo sono stati rimpatriati con disonore. Comunque, alla fine, i Giochi si sono fatti; e non era scontato. Ho seguito un’altra edizione memorabile delle Olimpiadi: quella di Pechino 2008. Inaugurata alle otto di sera dell’8 agosto: il numero otto, secondo i cinesi, porta fortuna. Ricordo bene la faraonica cerimonia di inaugurazione, un autentico rito di regime. Non si badò a spese: il problema non erano i soldi, era celebrare il partito comunista e soprattutto la grande avanzata economica del Paese.

Se l’obiettivo era aprire la Cina al mondo, da subito era fallito: al mondo la Cina non era mai stata così antipatica dai tempi di Confucio. Prima di arrivare a Pechino avevo viaggiato nelle principali città, incontrando pochi turisti. La capitale era sterilizzata. Chiusi i mercati, spostate le bancarelle, vietata la vendita di cibo per strada, simbolo del modo di vivere dei cinesi da migliaia di anni. Se invece l’obiettivo era celebrare il regime, rivendicare l’alleanza con la borghesia artefice del boom economico e rinfocolare l’orgoglio nazionale, allora l’inaugurazione olimpica – e i Giochi che seguirono – fu un grande, colorato successo. La Cina lontana dalle Olimpiadi era vuota di stranieri, i rari occidentali inseguiti per le vie di Shanghai e Suzhou da venditori di orologi contraffatti, interi quartieri di Pechino deserti e presidiati dalla polizia pronta inutilmente a intervenire. La causa tibetana è stata sia pure per poco tempo argomento dibattuto, e il mondo si accorse persino degli uiguri, perseguitati anche loro ma meno trendy e per giunta musulmani.

All’apparenza l’Olimpiade non ha giovato alla causa dei cinesi, già accusati di sottrarre quote di produzione all’Occidente. Eppure l’orgoglio nazionale crebbe a vista d’occhio. E alla fine il consenso per il regime ne uscì rafforzato; per quanto misurare il consenso di un regime sia sempre difficile, se manca un’alternativa. Ho seguito anche i Giochi di Atene 2004, dove la Grecia fece il passo più lungo della gamba, e quelli di Rio 2016 (il Brasile affrontò l’Olimpiade in piena crisi economica). Il ricordo più bello è legato a Londra 2012: lo sport tornò a casa, in Inghilterra, dove è stato inventato. Il tennis a Wimbledon, il calcio a Wembley, il nuoto di resistenza nel Serpentine Lake di Hyde Park, l’equitazione nel parco della regina a Greenwich: un’edizione meravigliosa. Speriamo di vederne un bis a Parigi, ora che i Giochi tornano in Europa. Il punto è coinvolgere tutta la città, comprese le periferie, che di recente si sono ribellate. Occorre reclutare volontari in ogni quartiere, creare posti di lavoro, coinvolgere le associazioni, organizzare per tempo corsi di lingue, allargare la base di appassionati. Allora Parigi 2024, guerra permettendo, sarà un successo.