Alla ricerca del genius loci

/ 24.04.2023
di Claudio Visentin

Durante le recenti vacanze di Pasqua ho camminato in una valle d’Appennino, risalendo il corso di un torrente sino alla sorgente. Rari gli incontri con altri escursionisti lungo il sentiero; più spesso ho visto grandi orme di lupo ben stampate nella terra umida di primavera. Ma anche alle soglie del selvatico l’ottima copertura del segnale dello smartphone mi manteneva collegato allo spazio digitale e mediatico della rete, dove si rincorrevano invece lamenti per l’ingestibile affollamento di turisti. Al portale nord della galleria del San Gottardo, venti chilometri di coda e ore di attesa. Anche le Cinque Terre erano prossime al collasso e i notiziari sembravano un bollettino di guerra, «assalto dei visitatori», «situazione critica» eccetera. Solo albergatori e ristoratori frenavano le critiche, esprimendo semmai un certo sollievo dopo gli anni perduti a causa dell’epidemia. E comunque là dove io mi trovavo, nel mezzo di un sontuoso bosco di faggi alimentato da liquide vene sotterranee, tutte queste questioni sembravano molto distanti.

Passo dopo passo la vicina sorgente si annuncia con diversi rivoli che confluiscono l’uno nell’altro per creare il primo, incerto corso d’acqua. Poi, risalendo ancora un poco, raggiungo una pozza tra gli alberi, un affioramento d’acqua, circondato dal manto erboso di un prato. È la meta finale del mio cammino.

Tutto qui? Sono stato alla sorgente di diversi fiumi, anche famosi, e ogni volta un certo senso di delusione è inevitabile. Del resto in un suo lungo viaggio confluito poi in Danubio (Garzanti, 1986), Claudio Magris scoprì che il principale fiume dell’Europa orientale nascerebbe dalla grondaia di una casa del Settecento, alimentata da un rubinetto che nessuno riesce a chiudere. Ma questo semplice torrente d’Appennino non ha un blasone da difendere e non ha ragioni per vergognarsi delle sue umili origini.

Appoggio lo zaino e mi siedo sull’erba, la quiete è ricamata solo dal canto degli uccelli. Sono lontano anni luce dalle attrazioni turistiche più celebrate. Prima di spegnere lo smartphone, mi affaccio ancora un attimo sulle ultime notizie, quasi per un riflesso condizionato. La situazione non è migliorata, si capisce. Nel centro di Firenze non ci si muove, neanche a piedi. A Roma l’assessore al turismo, grandi eventi, sport e moda (la carica dice già tutto) annuncia euforico il più alto numero di turisti nella storia della capitale: oltre un milione, più di un terzo della popolazione residente. Qua invece sono solo, in due a voler contare la mia cagna, che sosta anch’essa dopo infiniti andirivieni, quasi sfiorata dalla sacralità di questo tempio naturale. E in effetti si avverte una presenza, invisibile quanto intensa. Gli antichi romani avrebbero parlato di un genius loci.

In quei tempi il viaggio era immaginato come un incontro con lo spirito dei luoghi: ci si poneva in ascolto, si invocava la sua protezione, si temeva la sua contrarietà. In alcuni luoghi la presenza del genius loci si avverte più facilmente: per esempio alla confluenza dei fiumi o all’incrocio di strade diverse, dove siamo costretti a scegliere una direzione, a volte cambiando percorso e destino. L’incrocio è uno spazio di possibilità, buone e cattive: puoi incontrarci santi e diavoli. E poi le sorgenti naturalmente. Come scrive Servio, oscuro grammatico e commentatore dell’Eneide virgiliana, vissuto nel IV secolo d.C., «Non c’e fonte che non sia sacra». Dalla sorgente sgorga acqua pulita, perché è ancora all’inizio del suo viaggio terreno: un simbolo potente di giovinezza, (ri)nascita e guarigione, un archetipo della purezza originaria. Il genius loci delle fonti è spesso una ninfa, che nelle ore assolate può anche assumere forme inquietanti e seduttive (v. pag. 9, «Acqua, principio di tutte le cose»).

Ma cos’è poi questo genius loci? Non è facile rispondere. È una qualità immateriale, un’anima, un dio minore… Lo vediamo, senza vederlo; sussurra, senza che lo ascoltiamo. «Nessun luogo è senza il suo genio», incalza ancora Servio, ormai mio compagno di viaggio e insospettabile guida turistica. Dunque anche a Firenze, Roma o Ascona noi moderni potremmo incontrarlo, ma a contatto del turismo di massa si nasconde, o forse muore; e senza speranza di resurrezione pasquale.