La pausa pranzo in un parco cittadino è un’esperienza antropologica forte. Tra un boccone e l’altro del picnic in panchina, si scopre infondata l’idea che tutti i «bambini di oggi» siano malati di tecnologia, visto che molti sgambettano rimbalzando sopra i pannelli antitrauma del parco giochi e si arrampicano con gioia scimmiesca su scivoli e altalene. Mentre le mamme e/o i papà (a volte pure i nonni) versano in condizioni ipnotiche, lo sguardo fisso verso il basso, il collo chino a 90 gradi sul telefonino, infrattati tra chat e social, fisicamente vicini ma mentalmente lontanissimi dai loro pargoli.
Zero giudizi: chi pratica giorno e notte l’antica e sfiancante arte dell’accudire cuccioli merita temporanei rifugi dalle inesorabili richieste d’attenzione della prole. Rifugi virtuali, in questo caso. Ma stranisce vedere due o tre generazioni di umani raccolte nello stesso recinto eppure separate in mondi diversi da un’invisibile cortina elettronica. Girate in città, nei bar, nei parchi – appunto –, osservate le persone alle fermate del bus e contate quante di loro circolano a mani nude mantenendo un vigile contatto col mondo circostante e quante, invece, camminano dentro la propria bolla, il proprio sogno, il proprio universo parallelo e indipendente dalla realtà esterna. Potrebbe passargli accanto una giraffa in monopattino o Messi che palleggia con Ronaldo e non li vedrebbero perché i loro bulbi oculari sono inchiodati sul post vacanziero del collega o sulla chat verbosa delle mamme.
Se proprio devono interagire con l’ambiente esterno, magari per saltare sul treno giusto, lo fanno con le cuffie alle orecchie. Chi per ascoltare i Rammstein o Tiziano Ferro, chi per chiacchierare con l’amica, il socio o il dentista via cuffiette AirPods, generando scene da teatro dell’assurdo, con individui che camminano muti a testa in giù che incrociano altri individui che sembrano parlare tra sé a testa alta e pochi altri, leggermente retrogradi, che si spostano senza connessioni tecnologiche, invisibili dai membri delle atre due tribù. Se senti qualcuno che dice «ciao», non sta salutando te a due metri di distanza, ma un umano collegato in presa diretta da Paudo o da Novosibirsk.
E quando si sfilano le cuffiette o sollevano il collo in posizione eretta è per un attimo. Basta un accenno di suoneria, un «beep», una notifica WahtsApp e riparte la sarabanda.
Le nuove tecnologie sono utilissime, ci semplificano la vita, fosse anche solo per le App sulla meteo, il traffico e le news. Ma sono come i grassi e gli zuccheri: ti coccolano, ma se non impari a gestirle ti distruggono. Lasciamo perdere i risvolti medici di un loro uso sconsiderato, la sindrome del text neck (cervicale o scompensi della colonna vertebrale per la postura assunta nel guardare il display) e hikikomori (gli eremiti tecnologici che si ritirano dalla vita sociale per seppellirsi nel web).
Mi chiedo in che misura la prodigiosa possibilità di interagire in qualsiasi momento con qualsiasi persona ci renda più felici. E quale sia la connessione che ci rende meno soli: quella con «amici» lontani ma sempre raggiungibili online, o quella col pezzettino di mondo reale «qui e ora»?
È meglio dialogare con i pesci del proprio acquario virtuale ignorando o interrompendo di continuo il flusso della vita concreta, o è meglio uscire dall’acquario e guardarsi intorno ignorando o interrompendo il flusso implacabile delle notifiche? La fantastica tecnologia che ci mantiene connessi agli altri 24 ore su 24 è la stessa che contemporaneamente ci separa e isola dall’energia irripetibile del luogo in cui ci troviamo, delle persone che abbiamo accanto e dell’attimo che fugge e non torna più.