Sarà contento Umberto Bossi, che fondò la Lega nel culto paganeggiante del prato di Pontida e delle sorgenti del Po, l’uomo che esorcizzava le paure del Nord gridando «Roma ladrona» e invitando gli italiani a fare un uso non esattamente protocollare della loro bandiera nazionale. Sarà contento il vecchio leader padano, ora che gli elettori hanno riproposto la Lega nell’originaria versione territoriale e identitaria, sconfessando il dirottamento verso obiettivi unitari che era stato imposto da Matteo Salvini. Il risultato elettorale del 20 e 21 settembre parla chiaro: la linea di Salvini, che nell’intento di conquistare il Paese intero aveva sostituito il tricolore alle insegne padane, il rosario e il crocifisso all’ampolla con le sacre acque che sgorgano sul Monviso, ne è uscita fortemente ridimensionata.
L’elettorato leghista ha invece premiato le posizioni di Luca Zaia, il governatore che è stato plebiscitariamente confermato nella carica all’insegna del «più Veneto» e «più autonomia». Non a caso proprio nella laguna veneziana veniva versata l’acqua attinta alla mitica sorgente alpina secondo il rito bossiano. La Lega territoriale ha dunque sconfitto la Lega nazionale. La lenta discesa delle fortune di Salvini, che s’iniziò oltre un anno fa quando l’allora ministro dell’interno decise di lasciare il governo giallo-verde e puntare direttamente alla presidenza del consiglio, sembra dunque aver toccato il fondo. Certo la Lega è tutt’altro che morta, basti pensare allo spettacolare risultato di Zaia, ma non è più la «sua» Lega. Inoltre dalla destra incalzano sempre più Salvini i suoi insidiosi alleati, i Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni, questo sì di carattere tipicamente nazionale e nazionalista.
Alla soddisfazione del leghismo delle regioni e della tradizione si accompagna quella del Partito democratico. Siamo la prima forza politica italiana, annunciava la sera del voto un gongolante Nicola Zingaretti, il segretario del Pd. Evidentemente temeva il peggio, in particolare temeva che la destra potesse conquistare la nevralgica roccaforte rossa, la Regione Toscana. Temeva uno spietato verdetto, cinque a uno, cioè la sconfitta in cinque delle sei regioni a statuto ordinario in cui si votava. Non è andata così: l’esito finale è stato un pareggio, tre a tre. Il partito di Zingaretti ha conservato non soltanto la guida della Toscana ma anche quella della Puglia, confermando lo scontato controllo della Campania. Ha perduto soltanto le Marche, mentre nelle altre due regioni chiamate al voto, il Veneto di Zaia e la Liguria di Giovanni Toti, non c’era partita considerate le forti posizioni locali del centrodestra.
Il 20 settembre, fin qui noto soprattutto per il completamento dell’unità italiana con la breccia di Porta Pia del 1870, la presa di Roma e la sconfitta del papato temporalista, quest’anno è stato un election day, come si usa dire ogni volta che i cittadini sono chiamati a esprimersi su materie disparate e dunque si concentrano i voti in un’unica tornata elettorale. Stavolta si votava, oltre che per rinnovare i sei governi regionali, più quello della Valle d’Aosta a statuto speciale e una quantità di amministrazioni comunali, anche per confermare o bocciare una riforma costituzionale che riduce drasticamente il numero dei deputati e dei senatori, rispettivamente da 630 a 400, da 315 a 200. Ebbene, oltre due terzi degli elettori hanno detto sì, il taglio dei parlamentari è stato avallato a furor di popolo e così festeggiano anche i Cinquestelle, paladini di una riforma che da molte parti viene tacciata di populismo e demagogia ma che evidentemente piace molto all’italiano medio. Il sì è stato trasversale rispetto ai partiti, rispecchiando la larga maggioranza con cui la riforma fu varata in parlamento.
Ma quella dei Cinquestelle è una festa fortemente limitata dagli altri risultati della giornata. L’esito del referendum viene considerato dai grillini un grande successo, addirittura un’impresa storica secondo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Tale da consolare almeno un poco i Cinquestelle dopo una prestazione elettorale non proprio esaltante: Alessandro Di Battista, il più critico fra i suoi rappresentanti, parla senz’altro di disfatta. Sostiene che non è il momento di parlare di alleanze, ma di affrontare la più grave crisi identitaria che abbia mai investito il Movimento. Avevamo proposto un sogno nel quale avevano creduto in tanti, dice Di Battista, che ora non ci credono più. In effetti i grillini sono precipitati al dieci per cento, loro che a suo tempo navigavano ben sopra il trenta. Rischiamo di sparire, dice un’altra voce critica nel Movimento, quella di Barbara Lezzi
I grillini hanno perduto voti perfino al Sud, dove le loro politiche assistenzialistiche, come il contestatissimo reddito di cittadinanza, avevano finora guadagnato al Movimento un ampio consenso. Per questo nella base dei Cìnquestelle c’è maretta, e l’attuale reggente Vito Crimi annaspa fra incalzanti proteste, l’affondo di Di Battista, richieste di chiarimenti e di congressi. Intanto il padre nobile Beppe Grillo rilancia il mito della democrazia diretta basata sulle nuove tecnologie, cioè sulla piattaforma Rousseau della Casaleggio associati. Sono andato una volta ancora a votare con una matita, dentro una cabina, dice sconsolato il comico prestato alla politica: sono cose che non concepisco più. Il voto digitale, ecco la soluzione imposta dalla modernità.
Fatto sta che il ridimensionamento grillino, contrapposto alla buona prestazione del Partito democratico, anche se il voto referendario e regionale non ha ovviamente alterato i rapporti di forza parlamentari modifica vistosamente gli equilibri politici all’interno della maggioranza che sorregge il governo Conte. Anche perché un altro componente dell’alleanza, Italia viva, il partito di fuorusciti democratici fondato e guidato dall’ex capo del governo e del partito Matteo Renzi, non ha incontrato il consenso che si aspettava, nemmeno nella natia Toscana. Gli elettori hanno assegnato ai renziani un peso ridotto, dunque un ruolo marginale.
Non a caso dunque il Partito democratico chiede un’azione di governo più incisiva che affronti i molti nodi della ripartenza dopo la crisi economica innescata dalla pandemia, evoca un rimpasto che tenga conto della ritrovata forza del Pd. eventualmente la nomina di Zingaretti vicepresidente accanto a Giuseppe Conte. Ma quest’ultimo, comprensibilmente euforico dopo un risultato che rafforza il suo governo, esclude la prospettiva di un rimpasto. Il Pd si dice pronto a eliminare i controversi decreti sicurezza tanto cari a Salvini, ereditati dal primo governo Conte. Considera persino la possibilità di un ricorso al Mes, il Fondo europeo salva-Stati da sempre inviso ai Cinquestelle. Dovrebbe finanziare, come prevedono del resto le condizioni stabilite a Bruxelles, gli investimenti nel sistema sanitario di cui la pandemia ha evidenziato le lacune. Comunque vada, il governo giallo-rosso è insomma destinato a essere un po’ meno giallo e un po’ più rosso.
La nuova situazione emersa dal voto autorizza Conte a dormire sonni tranquilli. É vero che la destra, in particolare Giorgia Meloni galvanizzata dall’ottimo risultato dei suoi Fratelli d’Italia, chiede che vengano sciolte le camere e dunque si vada al voto, argomentando che essendo stata ritoccata la Costituzione questo parlamento è giuridicamente fuori fase. Ma è altrettanto vero che le resistenze sui banchi della Camera e del Senato si prevedono fortissime, perché nella prossima legislatura i posti a disposizione saranno molti meno e dunque la rielezione più difficile. Gli italiani sanno benissimo quanto i parlamentari siano affettuosamente legati ai loro seggi. In particolare i Cinquestelle, che a causa dello straordinario successo elettorale del 2018 sono presenti nelle Camere in una misura di gran lunga superiore al consenso di cui godono oggi nel Paese. Per questo Conte può ragionevolmente dichiararsi fiducioso che il suo governo durerà fino alla scadenza naturale della legislatura, cioè fino al marzo del 2023.
Vincono tutti tranne Salvini
Italia - Dalla recente tornata elettorale risulta ridimensionata la figura dell’ex vicepremier mentre gli altri leader cantano, ognuno a modo suo, vittoria
/ 28.09.2020
di Alfredo Venturi
di Alfredo Venturi