È l’estate prima delle elezioni presidenziali e quindi è anche la stagione dei libri contro il presidente in carica. Il rischio è che nel giro di poche settimane perdano valore editoriale e quindi è ora oppure mai più. C’è anche da dire che se il presidente in carica è Donald Trump, il più controverso della storia recente, gli editori ringraziano. Trump offre materiale in abbondanza. E così nel giro di un mese abbiamo visto uscire il libro di sua nipote, Mary L. Trump, il libro del suo ex avvocato e tuttofare, Michael Cohen, e infine, da martedì scorso, il libro del decano dei giornalisti americani Bob Woodward, che ha scritto un volume sull’Amministrazione Trump pieno di dettagli micidiali intitolato Rabbia. Se poi aggiungiamo i libri sul presidente usciti da qualche mese e includiamo anche la moglie Melania c’è da riempire una piccola biblioteca.
Woodward aveva già scritto un primo libro sull’Amministrazione Trump che aveva per titolo Paura. Anche quello era pieno zeppo di passaggi da far rizzare i capelli. Quando il presidente dava ordini troppo dannosi e impulsivi – come «ritirate tutte le truppe dalla Corea del sud» – alcuni del suo staff facevano sparire dalla sua scrivania il pezzo di carta con l’ordine scritto e aspettavano semplicemente che Trump se ne dimenticasse e passasse ad altri argomenti. Ma ormai sono passati due danni da Paura e quelle pagine non sono più così inquietanti, considerato quello che è venuto dopo.
Di questa ultima tornata di libri quello che merita sicuramente più attenzione è l’ultimo, quello scritto da Woodward, perché a differenza degli altri due non ci sono rancori da placare o conti in famiglia da regolare. La nipote di Trump si trascina dietro litigi che affondano nel tempo e ha senz’altro un punto di vista molto addentro alle questioni di casa – tra le altre cose cita la sorella di Trump che definisce il presidente «un clown senza principi». È stata lei a passare al «New York Times» alcuni documenti importanti che hanno permesso ai giornalisti di ricostruire in parte il profilo fiscale del presidente, che è ancora un mistero perché lui si rifiuta di pubblicare la dichiarazione dei redditi come di solito fanno tutti i candidati. Ma l’onda è passata senza fare danni.
L’ex avvocato Cohen è finito in prigione per Trump, dopo avere passato anni al suo servizio e avere sistemato per conto del presidente molte faccende sordide. Anche lui usa la mano pesante e racconta che il presidente ha un pregiudizio fortissimo contro i leader neri, «fammi l’esempio di un paese guidato da un nero che vada bene», chiedeva ai suoi. «Sono tutti dei buchi di merda».
Trump arrivò a ingaggiare un attore che impersonasse Obama per girare un video in cui gli dichiarava stentoreo «You are fired!», sei licenziato, che era il suo slogan quando faceva il programma The Apprentice. Cohen è finito in cella, è considerato un complice a sinistra e un traditore a destra, e Trump è ancora presidente con ottime possibilità di essere rieletto. «Sono stato testimone di come si comporta davvero, dentro strip club, a losche riunioni d’affari e nei momenti in cui abbassava la guardia e rivelava ciò che è davvero: un imbroglione, un infedele, un bullo, un razzista, un predatore, un manipolatore». Si sente tutta l’amarezza dell’avvocato per la sua carriera stroncata in modo ignominioso.
Woodward invece affronta la questione Trump alla Casa Bianca – per essere più precisi: la seconda metà del suo mandato – con calma e a ciglio asciutto. Fa un lavoro meticoloso di ricostruzione dell’accaduto e di fonti, che è un po’ il suo marchio di fabbrica. E, soprattutto, ha le registrazioni di sedici interviste fatte con Trump tra febbraio e luglio.
Quelle interviste sono un disastro per Trump, perché si sente la sua voce dire in privato a Woodward quello che nel frattempo negava in pubblico: quindi che il virus era molto pericoloso, che ha una velocità di contagio spaventosa – «si muove attraverso l’aria» – e che può danneggiare anche i giovani e non soltanto gli anziani. Queste sono parole di Trump che risalgono all’inizio di febbraio e a marzo. Però poi andava in conferenza stampa e, con un calcolo inspiegabile (cosa pensava di fare?), diceva che il virus stava per sparire dagli Stati Uniti, che era stato bloccato in tempo e che c’erano soltanto quindici casi che sarebbero diventati zero in pochi giorni.
Come abbiamo appreso un po’ tutti a nostre spese, l’efficacia delle misure anti Covid è tanto maggiore quanto più sono prese in anticipo. Se Trump a febbraio avesse cominciato a martellare gli americani e a dire loro che mascherine, gel disinfettante per le mani e molti meno contatti rispetto a prima erano la nuova normalità, è molto probabile che avrebbe salvato vite. Invece nella testa di molti americani il Covid-19 è rimasto un guaio che interessava soltanto cinesi ed europei. Era una cosa che non sarebbe toccata loro. A partire da marzo la pandemia ha fatto sfracelli negli Stati Uniti, più di sei milioni di contagiati e più di 190 mila morti, e sono numeri in aggiornamento.
Eppure anche ora che abbiamo questi libri così pieni di informazioni micidiali la lancetta della competizione elettorale non si sposta di un millimetro. È un po’ come se fossero pubblicati su un altro pianeta e in effetti è la verità: sono consumati soltanto dalla squadra molto numerosa degli anti-trumpiani, che in essi cercano una conferma di quello che pensano già. Sono ignorati dalla larga base dei fedelissimi trumpiani, che li sdegna come portatori infetti di informazioni false.
È un meccanismo incredibile, che di fatto separa in due gli Stati Uniti. Da una parte gli scandalizzati permanenti che detestano Trump, dall’altra i suoi difensori che non credono a una parola di quello che viene detto. Gli scandali passano, le percentuali di gradimento non si spostano. Il quaranta per cento di Trump non cambia idea. Alle elezioni, con la giusta sequenza di Stati e qualche defezione nel fronte di Biden, potrebbe festeggiare di nuovo.