Un «paziente in coma»: è il modo in cui il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov chiama Alexey Navalny. Come il suo principale Vladimir Putin, evita di pronunciare il suo nome, e alla domanda diretta dei giornalisti risponde che chiama Navalny per quello che è. Non leader dell’opposizione a Putin. Non vittima di un avvelenamento. Paziente in coma. Sulle cause del quale Mosca si rifiuta di indagare: Peskov ha respinto la diagnosi di avvelenamento formulata dai medici dell’ospedale berlinese dove l’oppositore russo è stato ricoverato 48 ore dopo essersi sentito male a bordo di un aereo nei cieli siberiani. E «se fosse» avvelenamento, Peskov invita a chiedersi «qui prodest», un’allusione a quello che lo speaker della Duma Vyacheslav Volodin ha già chiarito, ordinando al Comitato sicurezza della camera bassa del parlamento russo un’indagine su eventuali «coinvolgimenti esteri» nella «malattia» di Navalny.
Queste non sono le numerose e variopinte «indiscrezioni» che circolano nei talk show e sui social, o nelle interviste di analisti vicini al governo russo – che Navalny è stato avvelenato dalla Cia, dai suoi concorrenti nei ranghi dell’opposizione liberale, da se stesso per attirare l’attenzione – che stanno impiegando risorse immense per spiegare ai russi (ma anche agli occidentali sui social) che non contava nulla, che era un personaggio ormai in declino, e che la sua morte o la sua sparizione dalla scena politica poteva solo danneggiare Putin.
Non sono gli scenari dietrologici su quale dei numerosi clan del «Putin collettivo», denunciati in questi anni da Navalny per corruzione – dal «cuoco di Putin» Evgeny Prigozhin alla sua ex guardia del corpo Valery Zolotov, ora al comando della Guardia nazionale, alle decine di oligarchi, ministri, governatori e cortigiani del Cremlino – avesse voluto eliminare l’uomo più scomodo della Russia, chiedendo o meno il permesso al leader supremo. Non sono i medici che l’hanno avuto in cura a Omsk – e che probabilmente gli hanno salvato la vita, insieme al pilota che ha deciso per l’atterraggio d’emergenza – costretti a farfugliare vaghe diagnosi di «disordine metabolico» imprecisato, mentre i loro uffici sono occupati da misteriosi personaggi in borghese dal portamento marziale. Questa è la posizione ufficiale del leader russo, espressa dal suo portavoce di fiducia. Nessun avvelenamento. Nessuna indagine. Gli auguriamo di ristabilirsi al più presto.
Un autogol d’immagine che, in attesa delle abbastanza imminenti accuse e sanzioni della comunità internazionale, mette Putin ancora più in difficoltà. Anche perché i medici tedeschi non sono per il momento riusciti a rilevare la sostanza che ha quasi ucciso Navalny – e forse il ritardo con cui le autorità russe hanno accettato di trasferirlo in Germania, facendo aspettare l’aereo sanitario inviato da Berlino per più di 12 ore sulla pista del terminal di Omsk, era necessario proprio a farla sparire dal suo organismo – ma dagli effetti che ha prodotto sono certi di identificarla come «inibitore della acetilcolistenerasi», un termine ingombrante per veleni tra cui il gas nervino sarin e il Novichok con il quale è stato avvelenato nel 2018 a Salisbury l’ex agente russo Sergey Skripal. Una sostanza non di facile reperimento per un killer qualunque, un veleno già associato ai servizi russi. Chi ha cercato di uccidere Navalny non voleva soltanto toglierlo dalla circolazione, voleva lanciare un messaggio, e il direttore della sua Fondazione per la lotta alla corruzione Ivan Zhdanov non ha dubbi: «Solo Putin può aver dato l’autorizzazione a procedere».
E solo Putin poteva dare l’autorizzazione a trasferire il «paziente in coma» in Germania, dopo le pressioni di Angela Merkel, Emmanuel Macron e altri leader europei. Un gesto diventato inevitabile dopo che la moglie dell’oppositore Yulia si è rivolta direttamente al presidente russo, scaricando su di lui la responsabilità della vita e della morte di suo marito. Indipendentemente dal mandante, per il Cremlino mettere Navalny fuori gioco e allontanarlo dalla Russia in questo momento era importante come mai prima. La protesta in Belarus – dove centinaia di migliaia di persone continuano a scendere in piazza contro i brogli elettorali del dittatore Alexandr Lukashenko, nonostante la violenta repressione della protesta – ha aperto uno scenario di crisi anche per Mosca.
La gestione disastrosa dell’epidemia di Covid-19 è stata l’ultima goccia che ha fatto riempire il vaso della pazienza dei bielorussi, dopo 26 anni di autocrazia, povertà, corruzione e follie di un dittatore che si fa riprendere mentre agita un mitra (senza caricatore) contro i manifestanti pacifici. E la ricetta di Navalny era proprio questa: denunce del potere in rete, unico spazio dove poteva sfuggire alla censura e richiesta di elezioni libere e oneste sostenuta da un movimento di piazza.
È stata questa formula ad alimentare le proteste di Khabarovsk, nell’Estremo Oriente russo, dove il licenziamento del governatore inviso al Cremlino sta facendo scendere in piazza da ormai due mesi migliaia di persone, con slogan «Putin ladro» e «Putin vattene». Una piazza cui Navalny ha fornito leader, codici e metodi, e non è un caso che da qualche giorno scandisce anche «Putin, prenditi un tè, offriamo noi», alludendo al possibile modo in cui l’oppositore è stato avvelenato. Cartelli «Navalny, devi vivere!» si sono visti anche alle manifestazioni oceaniche di Minsk, alimentando la paura del Cremlino di una rivoluzione in piazza come quella che nel 2014 ha portato l’Ucraina sulla strada dell’Europa.
La vera vincitrice delle elezioni bielorusse è stata Svetlana Tikhanovskaya, la moglie del blogger Sergey Tikhanovsky che molti paragonano a Navalny. Costretta da Lukashenko a fuggire in Lituania, ha dichiarato al parlamento europeo che la rivolta dei suoi connazionali «non è filorussa o antirussa, è una rivoluzione democratica». E proprio questo ha spinto Mosca ad appoggiare Lukashenko, anche se malvolentieri: Putin non si fida dell’alleato bielorusso, che si è rifiutato di riunificare il suo Paese alla Russia e ha arrestato dei mercenari russi accusandoli di essere stati inviati da Mosca per rovesciarlo.
Ora ha cambiato idea, e «parla soltanto con Putin», come dice la scrittrice premio Nobel Svetlana Alexievich, convocata dal regime alla magistratura per la sua adesione all’opposizione. Dalle cancellerie di Berlino e Bruxelles confermano che Lukashenko non risponde al telefono, mentre si sente quasi ogni giorno con Putin, incitandolo a un sostegno militare diretto al suo regime, con la denuncia di un’imminente invasione delle truppe polacche della Nato sul confine occidentale della Belarus.
I rischi per Mosca a questo punto sono ovunque: lasciar perdere Lukashenko significa aprire una transizione democratica che porterebbe la Belarus più vicino al sistema dei valori europeo, sostenerlo significa rischiare uno scontro con il resto del mondo che la Russia potrebbe banalmente non reggere, né economicamente, né diplomaticamente. Un pericolo che parte del Cremlino sarebbe disposto a correre soltanto in cambio di un premio molto lauto, cioè l’annessione della Belarus. L’ultranazionalista Vladimir Zhirinovsky, che da anni anticipa i pensieri reconditi dei falchi russi, sostiene che il Paese verrà annesso dai russi entro la fine del 2020. Un Anschluss che potrebbe risollevare lo spirito di parte dei putiniani delusi, generando però lo scontento di 10 milioni di bielorussi.
Se a questo scenario si aggiunge poi la probabile vittoria di Joe Biden a novembre, in un momento di crisi interna ed esterna la Russia si troverebbe anche con un presidente americano che già all’epoca dell’annessione della Crimea (come vice di Barack Obama) era per la linea dura contro Mosca, e ora sarà ancora più ansioso di dimostrare come, dopo Donald Trump, gli Usa torneranno a essere il faro della libertà nel mondo. In un momento come questo, anche una convalescenza lunga del leader dell’opposizione russa – e dalle prime caute ipotesi dei medici perfino nel migliore dei casi non si riprenderà facilmente – lo rende un problema in meno. O almeno così ha creduto qualcuno.