La riapertura delle scuole, dice Boris Johnson, è vitale e del resto i rischi per i bambini sono minimi. Dunque rimanere a casa per eccesso di cautela sarebbe la soluzione di gran lunga peggiore. Dopo il lungo lockdown primaverile Londra rinunciò a riaprire le aule prima delle vacanze estive come originariamente si era previsto, ma ora il primo ministro britannico riassume in termini relativamente ottimistici l’opinione prevalente in Europa. Lo fa alla vigilia della ripartenza in Inghilterra e nel Galles, mentre in Scozia e Nord-Irlanda le lezioni sono già ricominciate. Naturalmente anche nel Regno Unito si osservano le misure precauzionali a cominciare dal distanziamento fra i banchi, ciò che ha imposto la ricerca di nuovi spazi.
In quasi tutti i Paesi d’Europa si registra da alcuni giorni una tendenza all’aumento dei casi di contagio, ma questo non intacca la determinazione dei governi a permettere un avvio regolare del nuovo anno scolastico. Anche perché li ha relativamente tranquillizzati uno studio recente del Centro europeo per il controllo delle malattie che ha analizzato la situazione nei Paesi in cui le lezioni sono riprese già da alcune settimane. Da questa ricerca emerge che la riapertura delle scuole non incide in modo significativo sulla diffusione dei contagi. Infatti se è vero che i piccoli possono portare a casa l’eventuale contagio, è altrettanto vero che la trasmissione del virus da bambino a bambino è molto rara.
I risultati dello studio appaiono in contrasto con le notizie provenienti dalla Germania, dove dopo due settimane dalla riapertura delle scuole si registrano alcune centinaia di contagi che si addebitano proprio alla ripresa delle attività didattiche. A Berlino, dove sono attive oltre ottocento scuole, ne sono state chiuse d’autorità una quarantina. La situazione è poco chiara, anche perché nella Repubblica Federale l’istruzione è materia di competenza dei singoli Länder. Ci sono dunque sedici approcci diversi alla gestione dei problemi connessi con il Covid-19. Ben determinata a proporre un coordinamento centrale, la cancelliera Angela Merkel ha convocato un vertice con i rappresentanti regionali, gelosissimi delle loro prerogative.
Nel più popoloso fra i Länder tedeschi, il Nordreno-Westfalia, le rigorose misure imposte dal governo locale vengono duramente contestate dal personale della scuola. Per esempio non si accetta il fatto che gli scolari debbano portare la mascherina non soltanto nelle pause ma anche durante le lezioni, quando siedono ai loro banchi, dunque a distanza di sicurezza gli uni dagli altri. Indicano gli esempi della Danimarca e della Norvegia, dove la situazione viene gestita con un approccio molto più flessibile. Si critica inoltre la tendenza a scaricare sui capi d’istituto ogni responsabilità nella gestione della pandemia. Polemiche e rimpalli di responsabilità anche in altre parti della Germania.
Una delle ragioni del contendere, in tutti i Paesi d’Europa, riguarda i possibili effetti collaterali della mascherina, che viene prescritta quasi dappertutto con l’eccezione dei bambini più piccoli. In Francia il ministro dell’Educazione nazionale Jean-Michel Blanquer ha annunciato che sarà obbligatoria a partire dagli undici anni d’età. Il ministro precisa che le protezioni facciali per i docenti saranno fornite dalla scuola, mentre gli alunni dovranno portarsele da casa. Nel Paese si confrontano due posizioni inconciliabili.
Da una parte c’è chi approva la decisione ministeriale, compresa l’esenzione per i bambini più piccoli che sono, anche se non si sa perché, meno «contaminanti», e del resto poco propensi a un uso disciplinato della mascherina. Dall’altra chi propone di eliminare la misura anche per gli alunni più grandi, argomentando che tapparsi la bocca genera insicurezza, presenta il compagno di scuola come possibile untore, ostacola una corretta respirazione, impedisce la percezione di quelle mimiche del viso e della bocca che sono parte integrante della comunicazione.
Anche in Spagna, uno fra i Paesi più duramente colpiti dalla recrudescenza pandemica dei giorni scorsi, la prospettiva del rientro scolastico è dominata dalla consueta dialettica fra lo Stato centrale e le autonomie regionali. Isabel Celaá, ministra dell’Educazione, cerca di garantire un minimo di coordinamento, ancora una volta mediando fra chi vorrebbe misure flessibili che facilitino l’attività didattica e chi al contrario privilegia la prevenzione a costo d’imporre maggiori sacrifici. Nel caso spagnolo molto dipenderà dall’evoluzione della pandemia nei prossimi giorni: la ripresa normale delle lezioni è prevista fra la prima e la terza settimana di settembre.
Il quattordici settembre è la data prevista per la ripresa scolastica in Italia, che sarà preceduta di due settimane dall’avvio delle prove di recupero degli apprendimenti nell’anno scolastico precedente, sconvolto dalla pandemia e parzialmente salvato dalla didattica a distanza. La ministra Lucia Azzolina ostenta sicurezza ma alcuni nodi sono irrisolti. Mentre si approssima l’avvio delle lezioni ci sono ancora molte incertezze sull’organizzazione del rientro. La principale riguarda i trasporti. Una fra le norme dettate dall’emergenza impone la distanza interpersonale di un metro sui mezzi di trasporto pubblico. Fatti i dovuti calcoli, si arriva alla conclusione che il rispetto letterale di questa norma renderebbe impossibile portare a scuola in orario tutti gli alunni.
Si è pensato a varie soluzioni, come l’allestimento di pannelli divisori sui mezzi, o lo scaglionamento dell’ora d’inizio delle lezioni in modo da alleggerire il carico di passeggeri spalmandolo su tempi più lunghi. Ma queste misure sono impraticabili in pochi giorni, e come al solito ci si è mossi in ritardo. Una riunione a Palazzo Chigi non ha risolto la questione: il governo prende tempo mentre i rappresentanti delle regioni suggeriscono che l’accesso ai mezzi pubblici sia garantito dalla protezione individuale, cioè dalla mascherina, piuttosto che dalla distanza. Chiedono anche che le mascherine, previste per gli alunni dai sei anni in su, si possano togliere durante le lezioni se c’è lo spazio di un metro fra un banco e l’altro. Ovviamente si tratta di banchi individuali, ma sono stati ordinati all’ultimo momento e a metà settembre difficilmente saranno tutti pronti.