«Quello che devi fare, è girare il paese e osservare quel che succede. Non voglio statistiche, non voglio sociologia. Parla con gli insegnanti e coi sacerdoti, con gli imprenditori e i lavoratori e gli agricoltori. Parla coi disoccupati, quelli che ricevono sussidi e quelli che non li ricevono. Non dimenticarti mai che tu o io potremmo essere nelle stesse condizioni. Vai, e raccontami». Luglio 1933, parla Harry Hopkins, un collaboratore del presidente Franklin Roosevelt. Nell’America impoverita dalla Grande Depressione, Hopkins deve amministrare i primi piani di aiuti ai disoccupati varati con il New Deal.
Hopkins affida la missione di «vedere e raccontare» a una donna speciale. La destinataria delle sue istruzioni si chiama Lorena Hickok, si è conquistata la fama della più brava reporter americana della sua generazione. La Hickok della miseria ha un’esperienza personale. È nata nel 1893 nell’America rurale, a East Troy nel Wisconsin. Orfana di madre a 14 anni, ha lavorato come domestica. La gavetta del giornalismo l’ha fatta nella provincia profonda, accettando i turni di notte. Lei si descrive come «una creatura dell’epoca dell’individualismo americano, quando sono nata eravamo ancora un popolo di pionieri, la filosofia nazionale ci diceva che ciascuno poteva farsi strada con il suo talento e la sua determinazione».
Massiccia e sovrappeso, con problemi di alcolismo, lei arriva lontano: a New York, alla redazione dell’agenzia Associated Press. La svolta della sua vita è la prima campagna elettorale di Roosevelt nel 1932. La Hickok stringe un’amicizia profonda, che in seguito diventa una relazione sentimentale stabile, con la First Lady Eleanor Roosevelt, altra donna eccezionale. Lorena lascia il giornalismo quando i Roosevelt la ingaggiano nella squadra del New Deal. Il suo viaggio attraverso l’America, anziché finire sulla stampa diventa una collezione di reportage per pochi intimi: Eleanor, il presidente, Hopkins. Grazie ai resoconti di Lorena la Casa Bianca percepisce l’immensità della tragedia vissuta dagli americani.
Dal 1933 al 1936 la Hickok non si ferma mai. Guidando da sola attraversa il New England e il Midwest, intervista migliaia di americani. Nessun altro accumula così tanta informazione in presa diretta, ritratti e testimonianze. Alle sue lettere dalla provincia devastata – alla Depressione si aggiunge la siccità che caccia masse di contadini da terreni ormai sterili – si ispira il presidente quando dice: «Vedo milioni di famiglie che cercano di vivere con redditi così miseri che l’ombra di un disastro incombe su di loro ogni giorno. Vedo un terzo della nazione male alloggiata, poco vestita, malnutrita». Nelle città file sterminate sono in coda per i sussidi, per le mense dei poveri, per i ricoveri dei senzatetto. L’insieme dei suoi reportage è uscito solo dopo la sua morte, con le illustrazioni di un’altra esploratrice della tragedia, la fotografa Dorothea Lange. Quelle parole e immagini oggi inseguono l’America come un incubo. La Grande Depressione è una tragedia forse irripetibile per le punte estreme di deprivazione di massa, eppure densa di lezioni. Nella crisi da pandemia e lockdown del 2020 un americano su otto è malnutrito e denutrito. Lo Stato è diventato molto grosso rispetto al New Deal, ma la mole mastodontica non rassicura né conforta gli afflitti.
«Uomini già oltre i quaranta, con famiglie cresciute, che potrebbero non ritrovare mai più il lavoro. A furia di essere inattivi perdono capacità, subiscono un declino fisico e mentale, la disoccupazione senza fine li trasforma in clienti dell’assistenza, una classe di persone non più impiegabili, come utensili arrugginiti, che non vale più la pena recuperare. Sopravvivono così, queste legioni dei dannati dell’economia: frastornati, apatici, molti di loro pazienti fino alla rassegnazione…» Così nel Capodanno 1935 Lorena descrive la «generazione abbandonata» degli anni Trenta.
Tra «crolli e rinascite», la Grande Depressione è il precedente storico per eccellenza. È anche un evento incompreso, semplificato, mitizzato, viene ridotto a una storia in bianco e nero, con buoni e cattivi, peccato e redenzione, fino allo Happy Ending. Il cattivo è il capitalismo americano dell’Età dell’Oro, raccontato da Francis Scott Fitzgerald nel Grande Gatsby. Il re dei cattivi è il presidente repubblicano, l’ultra-liberista Herbert Hoover: dopo il crack del 1929 vuole che sia il mercato a favorire la ripresa. Il cavaliere bianco è FDR, il democratico Franklin Delano Roosevelt, che dal 1933 lancia la stagione delle riforme progressiste, mobilita le risorse dello Stato e salva gli americani dalla miseria. Come tante leggende è troppo bella per essere vera.
Hoover è finito ingiustamente nella spazzatura della storia. In realtà è un leader efficiente e onesto, competente e rispettato. La sua fama risale alla tragedia del 1914-’18. Si è guadagnato una reputazione mondiale nella Grande Guerra come artefice di una delle operazioni umanitarie più riuscite di tutti i tempi, l’aiuto alimentare a dieci milioni di persone nei paesi europei martoriati dal conflitto. Lungi dall’essere una marionetta dei capitalisti, insensibile alle sofferenze del suo popolo, Hoover prefigura alcune politiche del New Deal: dopo il crack del 1929 convince gli industriali a mantenere il potere d’acquisto dei lavoratori: una manovra che più tardi sarebbe stata definita «keynesiana» (dal nome dell’economista inglese John Maynard Keynes). Lancia la costruzione di opere pubbliche come la diga che porta il suo nome, tra il Nevada e l’Arizona. Quando Roosevelt lo sconfigge alle urne nel 1932, in campagna elettorale è parso più cauto del suo avversario repubblicano, accusando Hoover di avere accumulato un deficit pubblico eccessivo.
I «cento giorni» sono un altro mito, costruito da un presidente che è un genio della comunicazione. Roosevelt non ha un’ideologia, non ha un piano, sperimenta quasi tutte le nuove idee che gli vengono proposte per combattere la Depressione. Uno dei suoi più stretti collaboratori disse: «Guardare il New Deal come un piano unitario e coerente, equivale a osservare la stanza caotica di un adolescente dove ha accumulato alla rinfusa giochi, vecchie foto, libri scolastici, scarpe, e credere che sia l’opera di un decoratore».
Di tutti i lasciti dei cento giorni però quello ecologico è davvero pionieristico e continua ad affascinarci oggi. Roosevelt, influenzato dai pionieri dell’ambientalismo, è convinto che si sta chiudendo un’era segnata dalla conquista di nuove frontiere, dalla colonizzazione di spazi immensi. La Depressione non è un incidente, è il segnale che non ci sarà mai più la crescita del passato. È l’epoca delle teorie sulla «stagnazione secolare». Uno dei programmi del New Deal che lascia l’eredità più durevole è il Civilian Conservation Corps, servizio civile ambientalista. Remunerato, dà lavoro a tre milioni di giovani dal 1933 al 1942: costruiranno infrastrutture dei grandi parchi nazionali, sentieri, musei di scienze naturali, osservatori e barriere antincendio.
Il New Deal non cura affatto la Depressione. La disoccupazione media per tutto il decennio fino alla Seconda guerra mondiale rimane del 17%. Scrive uno dei più autorevoli storici di quel periodo, David M. Kennedy: «Depressione e New Deal sono due gemelli siamesi, convivono per un decennio in un rapporto di dolorosa simbiosi».
Il 1937 è l’anno della ricaduta. È la Roosevelt Recession, una seconda Depressione, con altri crack di Borsa, crolli di produzione industriale. Una teoria l’attribuisce ad una specie di «sciopero dei capitalisti», castigati e spaventati dalle politiche anti-business del New Deal: troppe tasse, troppe regole, troppo potere ai sindacati, e un’incertezza permanente sui piani imperscrutabili di Roosevelt e dei suoi «consiglieri socialisti». Una vasta contro-reazione, anche popolare, viene dalle zone rurali: l’alimenta la convinzione che il New Deal sia stato una svolta tutta «metropolitana», una stagione di riforme fatte per la classe operaia delle grandi città (dalle misure contro il lavoro minorile ai diritti sindacali). Nasce una nuova coalizione conservatrice, che unisce il profondo Sud alle zone rurali del Midwest.
Precipita la svolta ideologica del 1938. Fino a quel momento i progressisti avevano cercato riforme strutturali per imporre la giustizia distributiva, un cambio di modello economico che avrebbe alterato i rapporti di forza tra le classi. Da questo momento FDR si converte al deficit-spending keynesiano che lascia invariate le regole dell’economia capitalistica, non interviene sulla distribuzione dei redditi tra capitale e lavoro. Se prima vedevano il capitalismo come un organismo malato da curare, i neo-convertiti al pensiero keynesiano lo vedono come un organismo che va nutrito di maggiore spesa perché si rimetta a funzionare con benefici per tutti. Bisogna aspettare il 1941 e la spesa bellica perché l’America faccia deficit-spending in dimensione adeguata per uscire dalla crisi.
Anche se il 1938 segna la fine degli esperimenti riformisti, nei cinque anni del New Deal 1933-38 si concentrano più trasformazioni istituzionali e innovazioni sociali che in tutta la storia americana. Solo dopo la Seconda guerra mondiale sarà possibile capire quanto l’America sia cambiata in profondità. Scrive Kennedy: «La grande trasformazione del New Deal si riassume in una parola sola: sicurezza. Sicurezza per gli individui vulnerabili. Ma sicurezza anche per capitalisti, consumatori, lavoratori e padroni, imprese e fattorie, proprietari di case e banchieri e costruttori edili. Sicurezza del posto di lavoro, del reddito in età anziana, sicurezza finanziaria, sicurezza dei mercati. Lo Stato viene potenziato per diventare lo strumento principale di questa stabilità. Obiettivo comune è generare un nuovo tipo di capitalismo senza rischi».
Per spiegare il boom del dopoguerra è essenziale il deficit-spending dello sforzo bellico. La crescita poderosa che continuerà dopo la fine del conflitto è possibile grazie alla nuova sicurezza che è l’impalcatura durevole del New Deal. Mai prima di allora si era chiesto e si era atteso così tanto dallo Stato.