Israele considera oggi la Turchia come un pericolo maggiore dell’Iran. Almeno questo è il punto di vista del capo del Mossad, il celebre servizio di intelligence di Gerusalemme, Yossi Cohen, discusso durante sue recenti visite nel Golfo Arabo. Secondo Cohen, riportato dal «Times» e ripreso dai maggiori media, la Repubblica Islamica resta una minaccia seria, ma contenibile. La Turchia di Erdoğan (foto), invece, agirebbe come una sorta di potenza selvaggia, fuori dalle regole e sopra le righe. Ambiziosa, dotata di Forze armate formidabili, anche se relativamente isolata e con enormi debolezze sul fronte interno, a cominciare dalla devastata economia.
Ironia vuole che Turchia e Iran siano stati, negli anni Cinquanta-Settanta del secolo scorso, i perni della cosiddetta «Alleanza della periferia» costruita da Israele in funzione anti-araba. Si trattava di costruire un cerchio esterno di potenze amiche, se non altro perché anti-arabe, con cui tenere sotto pressione i paesi arabi che accerchiano lo Stato ebraico fin dalla nascita e che allora parevano in grado di metterne in questione l’esistenza.
Finita con la fuga dello scià l’intesa Gerusalemme-Teheran, quella fra Israele e Turchia ha avuto fino ai primi anni di questo secolo una sua sostanza più o meno invisibile ma effettiva. In particolare, le Forze armate turche e quelle israeliane avevano stabilito un discreto grado di collaborazione. Per esempio, l’Aviazione di Israele usava lo spazio aereo turco per le sue esercitazioni. Anche le rispettive intelligence cooperavano, sia pur limitatamente. Il tutto con la benedizione americana.
Quel mondo non c’è più. Con l’avvento e l’affermazione di Erdoğan e del suo partito islamista Akp, il quadro interno turco, e conseguentemente la sua geopolitica, ha avviato un profondo cambiamento. In particolare dalla crisi di Gaza del 2009 in avanti le relazioni fra Ankara e Gerusalemme si sono irrimediabilmente deteriorate. Oggi la Turchia si erge a potenza protettrice dei palestinesi e marca il suo profilo musulmano. Erdoğan non si sente solo il successore dei sultani ottomani, ma anche dei califfi (ai tempi della Sublime Porta le due cariche coincidevano). Vuole insomma offrirsi come capofila dei maomettani, su scala possibilmente panislamica.
La Turchia di oggi è una potenza revisionista. Negli ultimi anni questo suo profilo si è accentuato sia per intensità che per estensione. Ankara si rappresenta esplicitamente come «potenza globale», sommando le direttrici neo-ottomane, panturche e panislamiche. L’obiettivo è affermarsi grande potenza entro il 2023, centenario della nascita della Repubblica Turca fondata da Atatürk.
In questa prospettiva si possono valutare alcuni fatti recenti. Per esempio, il rifiuto del Trattato di Losanna che nel 1923 disegnava i confini della ridotta Turchia anatolica, residuo del glorioso impero sultanale. E il recupero contestuale del Patto Nazionale che tre anni prima disegnava il tentativo di recupero di territori mediorientali lungo la linea Antiochia-Aleppo-Mosul-Arbil-Kirkuk. Operazione già in corso, visto che una fascia importante di Siria settentrionale è sotto controllo turco.
Ancora: i turchi sono tornati a Tripoli, per restarci, e hanno stabilito con il governetto locale un accordo che assegna alla Turchia una fascia enorme di Mar Mediterraneo, dalle coste anatoliche alle libiche. Di qui l’infiammarsi delle sempre tese relazioni con la Grecia, non più gestibili dagli Usa via Nato, organizzazione che secondo Cohen «ha perso il suo magico tocco curativo». La teoria della «Patria blu», ovvero la trasformazione della Turchia da potenza terrestre a potenza anche marittima, garantisce che la crisi nel Mediterraneo orientale non si rivelerà un fuoco di paglia.
Insomma, se oggi c’è una potenza avversaria davvero pericolosa per Israele, questa è la Turchia. Questo non significa che Gerusalemme allenterà la pressione su Teheran, d’intesa con gli americani e con arabo-sauditi ed emiratini.
Sicuramente l’evolvere di questa nuova prospettiva strategica israeliana metterà alla prova gli Stati Uniti. Vorranno favorire o frenare la pulsione anti-turca di Israele, Stato fratello più che alleato, contro un Paese che resta, bene o male, socio dell’Alleanza Atlantica? Dopo le elezioni di novembre ne sapremo di più.