La caduta di Roma, ossessione di Trump

Storie di rinascite /1. parte – Nel dibattito sull’America di oggi il riferimento alla fine dell’Impero è costante e fondamentale per capire il proprio destino
/ 07.09.2020
di Federico Rampini

Pandemia e cambiamento climatico, calo demografico e impoverimento economico. Per noi occidentali nel 2020 questo «paesaggio» è familiare. Lo era anche per i romani del basso impero. Lo storico americano Kyle Harper descrive gli ultimi secoli dell’impero d’Occidente come una concatenazione di crisi epidemiologiche e ambientali, che fiaccano le resistenze alle invasioni barbariche e precipitano l’Europa intera verso un arretramento politico, sociale, tecnologico, culturale. Pubblicato in inglese nel 2017, il saggio di Harper non è uno dei tanti instant-book lanciati sul mercato dopo il Coronavirus. Fondato su solide basi scientifiche, dalle rilevazioni sui ghiacciai alle analisi sul Dna, è un affresco angosciante sulla ritirata di una delle civiltà più avanzate della storia: «Pur immaginando che la peste di Giustiniano avesse ucciso metà della popolazione, esistevano pur sempre degli esseri umani sparsi sul territorio.

La verità è che in alcune regioni dell’impero era diventato difficile trovarli. Dalle testimonianze materiali dell’Italia le persone sembrano misteriosamente sparite. Villaggi e fattorie che da un migliaio di anni sostentavano un notevole livello di civiltà sembrano per la maggior parte scomparsi. … L’Italia retrocesse barcollando a livelli di tecnologia e cultura materiale che non si erano visti neppure prima degli Etruschi. L’alleanza tra guerra, peste e cambiamento climatico cospirò per invertire un millennio di progresso materiale e trasformò l’Italia in una zona arretrata dell’Alto Medioevo, più importante per le ossa dei suoi santi che per la sua ricchezza economica o politica».

È una delle letture che vi propongo in questo percorso alla ricerca di precedenti storici: le grandi crisi del passato a cui seguirono rinascite, ripartenze. In seguito, crolli e ricostruzioni li cercherò soprattutto in epoca contemporanea. Ma partire da Roma è obbligatorio perché la caduta di quell’impero divenne l’ossessione di tutti i suoi successori. Nel dibattito sull’America di oggi, il riferimento alla fine di Roma è costante. Un saggio ormai classico applicò il filone «decadentista» agli Stati Uniti trent’anni fa: Ascesa e declino delle grandi potenze dello storico britannico Paul Kennedy. La sua analisi in realtà parte dal tardo Rinascimento e arriva all’età contemporanea, ma l’archetipo è pur sempre la decadenza di Roma.

È curioso ricordare che l’opera di Kennedy uscì due anni prima della caduta del Muro di Berlino. Lo storico britannico analizzava le possibili cause di un declino degli Stati Uniti poco prima che il crollo dell’Unione sovietica regalasse l’illusione di un’egemonia illimitatata: la Pax Americana o «momento unipolare» in cui nessuno sembrava poter sfidare la supremazia Usa. Tra gli impliciti parallelismi fra Roma e l’America, analizzava l’overstretch o iper-dilatazione della presenza militare ai confini dell’impero. Durante l’Alto Impero romano, il bilancio statale complessivo era dell’ordine di 250 milioni di denarii: due terzi erano assorbiti dall’esercito. L’impero britannico finì in bancarotta dopo la Seconda guerra mondiale. Donald Trump sta tentando di rinviare la resa dei conti, scaricando una parte del problema sui bilanci degli alleati europei e asiatici? 

Un tema diverso si è affacciato spesso nella cultura di sinistra: il parallelo tra Roma e Stati Uniti nel passaggio dalla Repubblica ai Cesari, visto come il tradimento di un ideale; nel caso americano certe presidenze «imperiali» come quella di Richard Nixon furono denunciate come scivolamenti verso forme autoritarie. L’idea che un presidente possa eccedere nell’uso del proprio potere è una costante da Theodore Roosevelt a Trump, negli argomenti dei loro oppositori. Il destino di Roma – che all’origine non fu una democrazia sul modello ateniese, però una Repubblica con una direzione collegiale affidata al Senato – è sempre un punto di riferimento anche nel dibattito sulla crisi delle liberaldemocrazie.

L’idea che i nuovi imperi d’Occidente debbano studiare la storia di Roma per capire il proprio destino, fu imposta con particolare efficacia 250 anni fa da un altro inglese, Edward Gibbon. L’autore della monumentale Storia della decadenza e caduta dell’impero romano era uno straordinario narratore, la qualità della sua scrittura fa sì che un’opera così datata e spesso superata continui ad essere letta oggi con gusto. Gibbon era un uomo del Settecento, un allievo di Voltaire, una delle sue tesi più controverse riguarda il ruolo del cristianesimo: decisivo per indebolire Roma e consegnarla ai barbari.

Era però una tesi già diffusa tra i romani del Basso impero, come ricordava il grande medievista italiano Girolamo Arnaldi, nelle sue pagine sul sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti: «Era inevitabile che, giunti alla stretta finale, con Alarico che si avvicinava alle porte di Roma, venissero al pettine i nodi della storia degli ultimi cento anni, da Costantino (306-337) in poi. Motivata dall’esigenza di infondere una nuova vita all’impero, la conversione al cristianesimo sembrava aver avuto il solo risultato di predisporre gli animi alla rassegnazione e alla resa. L’osservanza del principio evangelico in base al quale, se uno ti colpisce sulla guancia destra, devi porgergli anche l’altra (Matteo 5, 39), era da molti giudicata incompatibile con la salvezza della respublica».

Il sacco dei Visigoti infierisce su una Roma già fiaccata da tempo. Nella storia dell’antichità curata da Umberto Eco si ricorda che dalla morte di Commodoro (192 d.C.) all’ascesa al trono di Diocleziano (284 d.C.) si erano succeduti con un ritmo «drammaticamente inarrestabile», una trentina di imperatori ufficiali e decine di usurpatori o pretendenti al trono. «Quasi tutti periscono di morte violenta, uno addirittura fatto prigioniero dal sovrano della rinata Persia». L’impero arriva a spaccarsi in tre tronconi, l’unico che sarà durevole è Bisanzio ma al prezzo di una «orientalizzazione» anche politica, con gli imperatori che diventano figure sacrali. 

Insieme con le pandemie, gli effetti del cambiamento climatico che sconvolgono i raccolti, l’iperinflazione e la pressione dei barbari, un altro fenomeno corrode l’impero romano dal suo interno: la fine dello spirito civico, del senso di appartenenza ad una comunità. Lo storico francese Robert Fossier descrive una «società che fugge dallo Stato nel V secolo dopo Cristo». I romani di quel tempo si ritirano «nel proprio guscio», per sfuggire allo Stato, alle sue tasse e ai doveri di difesa. Generali, vescovi e monaci denunciano l’apatia generale. Ma i cittadini si ritirano dalla sfera pubblicano, cercano la protezione di qualche potente per conservare i benefici della Pax Romana senza sopportarne oneri e responsabilità.

Ciò che accade dopo la caduta dell’impero d’Occidente, resta un ammonimento tremendo sulla possibilità che la storia torni indietro, che la disgregazione di un ordine politico e sociale apra la strada a un lungo regresso, con condizioni di vita materiali sempre più degradate. L’impero romano fondava la sua economia sullo schiavismo e quindi la prosperità materiale non era certo ripartita in modo equo. Era stato però un ordine «globalista», diremmo oggi: sia nella sua capacità di cooptare nuove etnìe, concedendo la cittadinanza anche a popoli periferici; sia perché la Pax Romana garantiva la sicurezza nel Mediterraneo e quindi favoriva i commerci e la crescita. 

Con la fine di quell’ordine imperiale il tessuto economico si disgrega, s’interrompono le relazioni tra regioni diverse dell’Europa, del Mediterraneo, dell’Asia minore, il localismo tribale è il nuovo orizzonte di un mondo rimpicciolito e avvinghiato dalla scarsità di risorse. La «peste giustiniana» che arriva a Roma nel 543 contribuisce a indebolire ogni capacità di resistenza verso le invasioni barbariche (i longobardi in questo caso). In occasione di un altro sacco di Roma, da parte del re ostrogoto Totila nel 546-547, la città viene svuotata completamente. Poco dopo vi torneranno dalle campagne 40’000 persone, un numero minuscolo rispetto agli 800’000 abitanti del secolo prima.

Oltre alla ricchezza materiale, si disperde quella culturale: muore la conoscenza di lingue antiche come il greco, essenziali per leggere di scienza e filosofia; avanza l’analfabetismo di massa, anche tra le élite nobiliari barbariche molti non sanno scrivere neppure il proprio nome. E senza scrittura si depaupera la trasmissione del sapere.

È in questa fase che si apre un «cantiere» destinato a dare i suoi risultati per secoli: il monachesimo. I religiosi diventano i custodi non solo dei testi sacri, ma anche della sapienza profana e pagana. Nei monasteri medievali vengono salvati dalla distruzione e dall’oblìo i più importanti tesori della civiltà ellenistica e latina. La fantasia di Umberto Eco ne Il nome della rosa mette al centro della trama del suo giallo medievale proprio una rarissima opera di Aristotele salvata in un monastero. I monaci non si limitano a ricopiare a mano per tramandare ai posteri: creano scuole, come tante piccole dighe contro il dilagare dell’ignoranza.

Inoltre quando il monachesimo medievale diventa un fenomeno di massa, con le «regole» (a cominciare da quella benedettina) i monasteri diventano delle oasi di ordine, disciplina, armonia: tutto ciò che era esistito e poi scomparso nel caos dopo la caduta di Roma. Il cantiere monacale non poteva immaginare a cosa sarebbe servito il suo lavoro di preservazione. Ci vollero secoli per raccoglierne i risultati. Né l’Umanesimo né il Rinascimento e neppure l’Illuminismo sarebbero come li conosciamo, se qualcuno (molto prima degli arabi nel IX secolo) non avesse custodito i tesori della cultura occidentale.

Che cosa spinse quei monaci a preservare i tesori della cultura classica? Perché la loro fede cristiana non ostacolò l’apprezzamento per la saggezza pagana? Una delle chiavi va cercata nella componente celtica del monachesimo: all’inizio molti vennero dall’Irlanda. Erano dei convertiti che avevano dovuto studiare il latino come una lingua straniera. La fatica a cui si erano sottoposti li aveva resi ancora più consapevoli del traguardo raggiunto, dell’accesso conquistato.