Il vento dell’economia

Convention repubblicana – La rivoluzione monetaria varata dalla Fed contro la depressione economica da lockdown proprio in coincidenza con l’ultima serata del video-evento repubblicano potrebbe dare un aiuto al governo in carica
/ 31.08.2020
di Federico Rampini

Nascita di una dinastia: quanti oratori avevano il cognome Trump, nella convention repubblicana! Dopo i Kennedy, i Bush e i Clinton (lasciamo stare i cugini Roosevelt), l’era dei social media e del reality tv ha una nuova famiglia reale. Importanza di una regia affidata a professionisti dello spettacolo televisivo: c’è stato un sapiente dosaggio di messaggi rivolti alle donne e alle minoranze di colore. Melania ha interpretato in modo magistrale il rapporto del popolo di destra con il suo presidente: non è necessario approvarne il carattere e la personalità, bisogna guardare oltre. «Che ti piaccia o no, sai sempre cosa pensa», questa frase della First Lady rende omaggio a una spontaneità selvaggia del marito, che ha liberato mezza America dai tabù del politically correct. «Instancabile», «non si fermerà finché non avrà trovato soluzioni» per il Covid (vaccino) e per la crisi economica.

L’economia rimane – bisogna ricordarlo – il terreno sul quale una maggioranza di americani pensa che Trump sia più affidabile di Joe Biden. Mike Pompeo porta al suo attivo una politica estera aggressiva ma non guerrafondaia. Il trumpismo nella sua dimensione globale «ha garantito la pace»: in effetti questo presidente a differenza dei suoi tre predecessori non ha iniziato nuove guerre. E con i suoi metodi stravaganti ha perfino incassato la fine dei test nucleari in Corea del Nord. Chi si ferma al linguaggio di Trump e chi fa propaganda nel campo avverso lo scambia per un imperialista, ma lui appartiene ad una tradizione molto più antica della destra americana, l’isolazionismo, che è una cosa ben diversa.

Infine, i metodi duri con gli alleati pagano: se dopo il Regno Unito anche l’Italia si piegherà all’embargo contro Huawei sul 5G, il fronte di resistenza all’espansione della Cina sarà diventato ancora più vasto. Lo scherno di tanti commentatori ignora la lezione di Melania: chi si adegua a un matrimonio di convenienza, ne ha il suo tornaconto. È il modo in cui una parte degli americani vive il suo rapporto con Trump. La rimonta del presidente nei sondaggi dice che tutto è ancora possibile.

«Non permetterò i saccheggi, gli incendi, le violenze, l’anarchia per le strade d’America. Ho mandato la Guardia Nazionale a Kenosha, Wisconsin, per imporre la legge e l’ordine!» Donald Trump ha chiuso la convention repubblicana su un terreno ideale. Le immagini di una nazione nel caos fanno per lui. Anche se una parte delle emergenze nazionali è dovuta alla pandemia (mal gestita dal governo, ma in declino da settimane), e un’altra evoca il cambiamento climatico (uragano in Louisiana e Texas, incendi in California), quel che conta è il disordine sociale.

L’ultima tragedia che ha appiccato il fuoco del risentimento razziale, a Kenosha, è accaduta proprio nello Stato che i democratici avevano scelto per la loro convention poi diventata virtuale: il Wisconsin è una preda ambita, cruciale, per i voti del collegio elettorale che può spostare in una casella blu o rossa il 3 novembre.

Gli scontri violenti possono fare rieleggere Trump? Non importa se a scatenarli sia stata ancora una volta il comportamento della polizia che ha sparato a un nero paralizzandolo; non importa se in seguito alle proteste un giovane presunto suprematista bianco abbia a sua volta ucciso. Il fatto è che il governatore del Wisconsin deve chiedere aiuto alla Casa Bianca per riprendere il controllo e riportare l’ordine in quella città. «Dovrebbero fare lo stesso a Portland!» ammonisce Trump. Portland nell’Oregon è diventata il simbolo di una protesta anti-razzista di Black Lives Matter che è sfuggita di mano, ha creato delle zone proibite di fatto alle forze dell’ordine, dei ghetti dove si sono allargate le gang, moltiplicando i reati. Se si aggiungono altri episodi recenti come i saccheggi di Chicago, e la recrudescenza di criminalità in molte metropoli americane (da New York a Minneapolis), il clima può favorire chi sta dalla parte della legge anche quando il braccio che la fa rispettare è violento e contestato.

«De-fund the police», lo slogan lanciato nei cortei dopo l’uccisione di George Floyd, si è trasformato in un boomerang: diversi sindaci di sinistra (inclusi Bill de Blasio a New York ed Eric Garcetti a Los Angeles) hanno davvero tagliato i fondi alla polizia. Il risultato è preoccupante, per l’impennata dei reati. Joe Biden e Kamala Harris hanno preso le distanze da quello slogan della frangia più radicale, ma Trump martella il messaggio che quei due «sono burattini manovrati dagli estremisti».

Il precedente delle due vittorie del repubblicano Richard Nixon nel 1968 e nel 1972, in un’America sconvolta dalle proteste e dalla guerriglia urbana, è nella mente di tutti. Un timore aleggia tra i democratici: che la rimonta di Trump nei sondaggi configuri uno scenario simile alla «sorpresa» del 2016. In effetti la media dei sondaggi dice questo: benché Biden mantenga un vantaggio, il suo margine si sta assottigliando. Quasi tutte le rilevazioni degli ultimi giorni – e in modo particolare quelle che riguardano gli Stati in bilico – indicano una rimonta del presidente. Il quadro è perfetto per una finale da thriller, pieno d’incertezza fino all’ultimo.

La questione razziale si è rivelata un’arma a doppio taglio negli ultimi mesi. L’ampiezza delle manifestazioni di protesta dopo la barbara esecuzione di Floyd da parte di un poliziotto di Minneapolis, aveva fatto parlare di una svolta, una presa di coscienza nazionale, uno spostamento di opinione pubblica. Col passare del tempo non è chiaro se questo sia il risultato finale. Il prevalere delle frange radicali nelle piazze, l’irruzione delle gang, gli episodi di razzie multiple nei negozi, ha spaventato anche un pezzo di middle class afroamericana (di sicuro i commercianti). E comunque l’elettorato resta composto per il 70% di bianchi. Già nel 2016 il messaggio martellante di Hillary Clinton sulla coalizione arcobaleno di tutte le minoranze – etniche o sessuali – aveva sortito l’effetto di ricompattare la maggioranza silenziosa nel campo avverso.

Poiché l’economia resta un terreno favorevole a Trump, un bilancio della sua convention deve includere un appoggio ricevuto dall’esterno, quello della banca centrale, proprio in coincidenza con l’ultima serata del video-evento repubblicano. Contro la depressione economica da lockdown il presidente della Federal Reserve ha varato una rivoluzione monetaria che fa impallidire perfino le terapie-shock varate dopo il 2008. L’inflazione non è più un nemico, anzi. «Il vero problema è un’inflazione troppo bassa». Ogni mezzo va usato per rianimare un’economia agonizzante.

La data del 27 agosto 2020 segna una svolta come ce ne sono poche nel mondo dei banchieri centrali: l’ultimo precedente di tale rilievo è il «Whatever It Takes» di Mario Draghi che salvò l’Eurozona dalla disintegrazione. Stavolta viene cancellata un’ortodossia monetaria che risale alla fine degli anni Settanta, al monetarismo di Milton Friedman e alla sua applicazione da parte del presidente della Fed Paul Volcker. La banca centrale più potente del mondo rinnega uno dei suoi obiettivi sacri cioè la lotta all’inflazione. Perché in questo contesto è anacronistica e dannosa. Il risultato finale, vuol dire tassi zero o sottozero e liquidità abbondante a perdita d’occhio, per un orizzonte temporale molto lungo. Powell conta sull’effetto annuncio delle sue parole, le aspettative degli investitori devono incorporare questa prospettiva di una politica monetaria iper-espansiva, di un costo del denaro ai minimi storici, per molto tempo.

La pandemia, i lockdown, hanno datto una botta tremenda alla crescita globale. Con limitatissime eccezioni – forse la Cina – il mondo è in recessione. I numeri immediati sono talmente brutti (un terzo di Pil americano perso in un trimestre) da far gridare alla depressione. Rischiamo un «decennio perduto» come furono gli anni Trenta del secolo scorso. Ecco perché la politica monetaria deve cambiare le sue premesse. La Fed aveva già sperimentato terapie d’urto dopo la crisi sistemica del 2008-2009: tassi a zero e quantitative easing, cioè migliaia di miliardi di liquidità gettati nell’economia acquistando titoli sui mercati. La cura d’urto funzionò e fece scuola.

Ora Powell sente l’urgenza di fare di più perché questa crisi è già peggiore del 2008. Fermo restando l’uso dei tassi zero o sottozero, e altre dosi massicce di quantitative easing, la banca centrale vuole agire in modo profondo e durevole sulle aspettative di lungo termine. Il messaggio che lancia ai mercati è che i tassi resteranno bassissimi e la liquidità rimarrà sovrabbondante fino a quando l’inflazione non sarà risorta in modo chiaro, visibile, oltre il 2%. E se rimane sotto, si cercherà di spingerla al di là di quel target. Tutti gli operatori economici – banchieri e imprenditori, consumatori e risparmiatori – ne trarranno delle conseguenze. Le famiglie americane ne ricavano un aumento di reddito disponibile quasi immediato sotto forma di riduzione dei ratei sui mutui casa e sulle carte di credito.

Il governo federale può continuare a fare manovre di spesa pubblica in deficit, finanziandosi a costi irrisori. Le imprese possono emettere bond pagando interessi minimi. La Borsa non può che gioire. Le chance di rielezione di Donald Trump ne ricevono un aiuto. Va esclusa una volontà deliberata della Fed di intervenire nel gioco elettorale. Il voto unanime con cui è stata approvata la svolta di Powell include molti membri democratici del suo Board. La Fed adempie a un compito istituzionale: sostenere la crescita e l’occupazione. Se un sostegno così deciso alla ripresa aiuterà il governo in carica, amen. L’effetto collaterale sui sondaggi non può influenzare la banca centrale né in un senso né nell’altro. Ma un effetto probabilmente ci sarà.