Il ministro in guerra contro i blasfemi

Pakistan - Stigmatizzando «Charlie Hebdo», Qureshi accusa la Francia di islamofobia
/ 28.09.2020
di Francesca Marino

La bandiera francese bruciata in piazza, la richiesta (umoristica, visto lo stato dell’economia) di interrompere i legami commerciali e diplomatici con la Francia e di espellere dal Pakistan l’ambasciatore francese. Il tutto condito da «pacifici» cartelli con scritte come «La decapitazione è la punizione per i blasfemi», «Morte alla Francia» o «Smettela di abbaiare, cani francesi».

È la cronaca di una giornata di ordinaria follia in Pakistan dove, in tutte le maggiori città del paese, si sono tenute «pacifiche e democratiche» manifestazioni di protesta contro la decisione del settimanale francese «Charlie Hebdo» di ripubblicare, in occasione dell’inizio del processo ai jihadi che nel 2015 hanno massacrato metà della redazione, le famose vignette raffiguranti il profeta Mohammed.

Una scelta coraggiosa, sostenuta anche apertamente dal presidente Macron che nel suo discorso in occasione della festa della Repubblica ha dichiarato che: «In questo momento, la vera battaglia da combattere è quella per il laicismo». La decisione di «Charlie Hebdo», passata largamente sotto silenzio in tutto il mondo arabo, ha avuto risonanza soltanto in Pakistan, praticamente. Dove il Tehrik-i-Labbaik Pakistan, un gruppo integralista di estrema destra, ha portato in piazza centinaia di persone. Il gruppo, tanto per capirsi, è lo stesso che si oppone a ogni emendamento della famigerata legge sulla blasfemia: la legge prevede difatti la morte per chiunque sia accusato di blasfemia, ed è ormai largamente adoperata anche e soprattutto per liberarsi da vicini scomodi o oppositori politici.

Si tratta dello stesso gruppo che faceva piovere petali di rose sull’assassino dell’ex-governatore del Punjab Salman Taseer, colpevole di osteggiare la legge sulla blasfemia e di fare campagna per il rilascio di Asia Bibi ingiustamente accusata, e che ha trasformato la tomba dell’assassino di cui sopra nel santuario di un martire. I membri dell’organizzazione sono inoltre noti per eseguire sommarie esecuzioni nei confronti di «blasfemi» vari, e sono politicamente così forti da costringere il premier Imran Khan a revocare la nomina a consulente del governo dell’economista Atif Mian perchè di confessione Ahmadya.

Questa accolita di apologisti del terrorismo o di terroristi veri e propri è stata sostenuta dall’ineffabile ministro degli esteri Shah Mehmood Qureshi: che, lungi dal condannare le minacce di morte e il rogo delle bandiere, è andato alla radio a nazionale a dichiarare in diretta che le caricature urtano i sentimenti di milioni di musulmani e che nessuna condanna «può essere sufficiente» per i colpevoli. Aggiungendo: «Assistiamo a un aumento di islamofobia, razzismo e xenofobia in tutto il mondo e il Pakistan lo sta sottolineando in tutte le sedi possibili». Evidentemente, per Qureshi e il governo di cui fa parte, razzismo e xenofobia funzionano soltanto a senso unico. Così come l’islamofobia, visto che nella repubblica islamica del Pakistan le minoranze più perseguitate sono proprio quelle musulmane: sciiti, Ahmadya e via declinando.

A Qureshi e ai suoi accoliti sfugge completamente un concetto di base: che, al contrario del Pakistan, la Francia, così come l’Europa in generale, è un paese laico. Gli sfugge il fatto che si può condividere o meno l’umorismo di bassa lega di «Charlie Hebdo», peraltro assolutamente trans-religioso, ma che invece è condiviso da tutti un principio non negoziabile in ogni democrazia: la libertà d’espressione.

La stessa libertà di espressione di cui il premier Imran Khan si propone come paladino affannandosi a ripetere che: «La stampa in Pakistan è più libera che in Inghilterra». Secondo Reporters Sans Frontieres, però, dall’inizio del mandato di Khan, accusato di essere manovrato dall’esercito, il controllo sui media è diventato totale.

Soltanto nell’ultimo anno sono stati ammazzati quattro giornalisti, e la lista di quelli che sono stati prelevati per qualche giorno, torturati e rilasciati è ormai troppo lunga anche per fare notizia. Alcuni riescono a scappare all’estero, anche se ormai non sono al sicuro neanche in Europa, gli altri preferiscono cambiare mestiere o accontentarsi di passare le informazioni approvate dal governo. Che qualche giorno fa ha emanato una legge, l’ennesima, che «libera» ancora di più la già liberissima stampa locale.

Dalla settimana scorsa, in Pakistan, non è più possibile criticare in alcun modo l’esercito o uno dei suoi membri, che sia in servizio o in pensione. Media e social media dovranno attenersi alle nuove regole, pena la galera o peggio. Il provvedimento è mirato a fare piazza pulita una volta per tutte non soltanto delle critiche di stampo politico al regime in corso, ma anche e soprattutto delle accuse di corruzione e nepotismo nei confronti di generali e colonnelli, che hanno ormai saldamente in mano una buona metà del business edilizio nel paese, più altri commerci altamente lucrativi.