Il primo dibattito in tv fra il presidente americano Donald Trump e il suo sfidante democratico Joe Biden è stato un caos inguardabile, senza argomentazioni e senza spiegazioni sui prossimi quattro anni degli Stati Uniti, fatto soltanto di interruzioni continue. Su twitter circola questa definizione: è stato come vedere un denial of system attack, che sarebbe uno di quegli attacchi informatici nei quali gli hacker bombardano di richieste un sito fino a quando quello cede sotto il peso dei segnali e collassa. Soltanto che in quel caso a cedere eravamo tutti noi che avremmo voluto guardare il dibattito. È una definizione efficace.
Dal caos del dibattito però è venuto fuori un passaggio molto significativo, quando per l’ennesima volta Trump si è trovato a dover rispondere a una domanda sui suprematisti bianchi. Come si sa il presidente è accusato di corteggiare la destra estrema, quel vasto assortimento di gruppi e gruppuscoli fascistoidi che tra le altre cose predica il ritorno alle leggi razziali – erano in vigore nel sud del paese fino agli anni Settanta – e vorrebbe imporre con forza il dominio dei bianchi sul resto delle tante etnie che popolano gli Stati Uniti. Trump non ha mai fatto molto per sbarazzarsi di quelle accuse. Dopo gli scontri a Charlottesville del 2017, dove un razzista appartenente a un gruppo della alt-right si lanciò in macchina contro alcuni manifestanti e uccise una donna, disse che c’era «brava gente» in entrambi gli schieramenti e la cosa fece saltare i nervi a molti. Del resto lo stesso slogan «Make America Great Again» può essere letto come un’allusione ai tempi in cui la superiorità dei bianchi americani era indiscussa e stabilita dalla legge.
Così, quando hanno chiesto a Trump di condannare i suprematisti bianchi, lui ha svicolato e ha chiesto «Quali?». Quando gli hanno detto, a mo’ di esempio, i Proud Boys, ha dato la risposta che è diventata il tema della nottata: «Ai Proud Boys dico: state fermi e tenetevi pronti». I Proud Boys sono una delle fazioni più celebri di quel vasto assortimento di gruppi menzionato prima, coinvolta in molti disordini, particolarmente abile nella propaganda e con un certo gusto per le parate appariscenti. Mercoledì uno di loro è stato arrestato a Portland, in Oregon, perché aveva puntato un’arma da fuoco contro una manifestazione.
Ora, ci sono tanti modi in cui un presidente degli Stati Uniti può prendere le distanze da un gruppo di picchiatori di destra, ma dire «state fermi e tenetevi pronti» non è tra quelli. «Stand down and stand by» sono verbi che si usano in ambito militare. Un comandante che sta dando ordini ai suoi uomini può dire «stand down» e «stand by», non un politico (immaginarsi se Biden avesse detto che i black bloc devono «tenersi pronti» cosa sarebbe successo). Com’era lecito aspettarsi, la serata è diventata un trionfo sui social media per i Proud Boys, che hanno subito aggiunto al loro logo le parole «Stand down – Stand by», come se si sentissero investiti del nuovo ruolo di guardia pretoriana di Trump.
E ieri sul loro sito c’era già la maglietta con il motto «Standing by», in vendita a trenta dollari. Tanto più che questi gruppuscoli vivono nel mito di una formidabile resa dei conti che un giorno verrà, quando finalmente potranno coprirsi di gloria e punire in modi orrendi i loro avversari. Sui loro forum non fanno altro che parlare di questo scontro futuro, che alcuni chiamano «the day of rope», espressione molto lugubre che letteralmente vuol dire «il giorno della corda» e si riferisce alla corda per impiccare i neri. Sentir dire al presidente «tenetevi pronti» è stata una legittimazione dei loro sogni e molto probabilmente farà arrivare loro molte nuove reclute. Che dovranno sottomettersi alle regole bizzarre previste dai loro riti d’iniziazione, come non mastubarsi più di una volta al mese, farsi fare un tatuaggio e partecipare a una rissa.
«Vi dirò: qualcuno deve fare qualcosa riguardo gli antifa e la sinistra», ha aggiunto Trump. In pratica un’investitura, in vista di altre manifestazioni e proteste contro il presidente. Il giorno dopo il dibattito molti nel Partito repubblicano hanno preso le distanze dall’uscita di Trump, perché temono che allontani molti elettori del centro – e a novembre non ci sono soltanto le elezioni per il presidente, si vota anche per il Senato. È la seconda volta in due settimane che il Partito rompe con il proprio leader. La settimana scorsa l’aveva fatto per condannare l’ambiguità di Trump, che rifiuta di dire che accetterà in modo pacifico l’esito del voto. È straniante anche doverlo scrivere, ma ormai da un mese negli Stati Uniti si dibatte sulla possibilità che in caso di sconfitta Trump – nell’intermezzo temporale tra il voto del 4 novembre e il giuramento del 20 gennaio – non conceda la vittoria a Biden, dichiari il voto illegittimo e resti al potere.
È fantapolitica e gli basterebbe smentire questa ipotesi con poche parole – ma non lo fa. Il perno di questa strategia del caos, temono molti analisti, sarà contestare in modo esasperato tutte le votazioni stato per stato e resistere alle proteste che verranno. Ci sono molte chance che questa volta le elezioni presidenziali siano molto più caotiche che nel passato e che il vincitore non sarà dichiarato entro poche ore, come avveniva di solito. È possibile che tra ritardi e malfunzionamenti che molti già mettono in conto (basta considerare che una percentuale record di americani voterà per posta) il nome del nuovo presidente degli Stati Uniti sarà dichiarato soltanto dopo molti giorni di incertezza e che ci saranno molte polemiche. E il caos prevedibile fin da adesso si lega al fatto che Trump strizza l’occhio alle milizie. In quel contesto teso, con la possibilità che ci siano enormi manifestazioni contro il presidente, qualche trumpiano che abbia voglia di menare le mani potrebbe diventare utile.