Genesi di un terrorista

Parigi – Ali Hassan voleva colpire ancora «Charlie Hebdo» per le vignette su Maometto
/ 05.10.2020
di Francesca Marino

Era un ragazzo gentile, dicono i vicini. Di quelli che aiutano le vecchiette a portare le buste della spesa e passano gran parte del loro tempo da soli in compagnia del loro cellulare. La polizia lo conosceva perché lo aveva fermato un paio di volte in compagnia di un grosso cacciavite e di un coltello. Lo conosceva anche l’ufficio immigrati, che non gli aveva fatto poi tante domande quando era arrivato in Francia dichiarando di essere nato a Islamabad, di essere minorenne e di chiamarsi Ali Hassan. O Hassan Ali, dipende dall’interlocutore e dai giorni. Al ragazzo era in ogni caso stata garantita la protezione umanitaria che d’ufficio si garantisce ai minorenni, così aveva potuto raggiungere i fratelli e i cugini che erano già residenti a Parigi.

Nei tre anni passati in Francia, Hassan non ha imparato una parola di francese nonostante si tengano corsi gratuiti di lingua per gli immigrati. E non aveva un occupazione, nonostante, specie per i minorenni, si tengano corsi di orientamento e di avviamento al lavoro. Hassan preferiva vivere di sussidi pubblici e passare il suo tempo sui social media chattando con gli amici in Pakistan. Sui social media ha appreso dell’esistenza delle vignette di «Charlie Hebdo», a causa delle quali era stata massacrata nel 2015 più di metà della redazione del giornale. Sui social media ha ascoltato gli appelli di predicatori e politici contro i kafir, gli infedeli, che oltraggiano i musulmani e la loro religione. 

Sui social media ha visto le dimostrazioni in Pakistan contro la ripubblicazione delle suddette vignette all’inizio del processo contro alcuni degli assassini del 2015. Ha visto i cartelli che invocavano «morte agli infedeli», «morte alla Francia». Ha ascoltato il ministro degli Esteri pakistano Qureshi sostenere via radio nazionale i dimostranti che invocavano «morte» bruciando bandiere francesi, e ha deciso. Ha preso un machete, ha telefonato al padre dicendogli che «Dio mi ha scelto, mi ha assegnato il compito di ammazzare i blasfemi». Ha registrato un video in cui, tra lacrime di commozione, annuncia la sue decisione di vendicare l’onore del Profeta e di ammazzare i kafir e in cui dedica una qalma (un canto religioso) all’imam integralista Ilyas Qadri.

Per inciso, nel video, dichiara per la prima volta la sua identità reale: Zayed Hassan Mahmud di Mandi Bahauddin, nel Punjab pakistano. Poi esce, si reca al vecchio indirizzo di «Charlie Hebdo», che nel frattempo è stato trasferito in una località segreta. Trova due persone che fumano una sigaretta davanti al portone, le attacca a sangue freddo. La polizia lo arresta quasi immediatamente, e più tardi arresta altri sei pakistani per complicità. Due giorni dopo il padre di Hassan rilascia un’intervista al canale news online Naya Pakistan: «Ho il cuore che straripa di felicità» dichiara. Aggiungendo: «Sono pronto a sacrificare tutti e sei i miei figli per difendere l’onore del Profeta». 

Dal governo pakistano, non arriva alcun commento ufficiale di condanna per l’accaduto. Eppure, e sono stati in molti a pensarlo, Imran Khan, Qureshi e tutto il governo sono direttamente responsabili per l’accaduto. Sono responsabili di incitamento all’odio, sono responsabili di avere permesso e sostenuto jihadi e assassini comuni che in piazza invocavano la morte di cittadini francesi. Sono responsabili di avere permesso, per l’ennesima volta, che si bruciassero in piazza bandiere di un Paese amico e che si invocasse la decapitazione dei suoi cittadini. Mentre Imran Khan e lo stesso Qureshi accusavano l’occidente di «islamofobia» alle Nazioni Unite, Hassan massacrava due francesi colpevoli soltanto di essere, per l’appunto, francesi.

È interessante notare che l’ambasciata pakistana, come da copione, non collabora in alcun modo con gli inquirenti, così come non collabora all’identificazione dei cittadini pakistani che arrivano in Europa senza documenti e dichiarando false generalità. Così come sono interessanti le reazioni a Islamabad e dintorni. La narrativa è questa: «Charlie Hebdo» ha provocato coscientemente il mondo musulmano ripubblicando le vignette incriminate. Quindi, la reazione era prevedibile. Il concetto di secolarismo è, ovviamente, del tutto estraneo ai cittadini della repubblica islamica del Pakistan. Il concetto che in Francia non esistono musulmani o cristiani ma soltanto cittadini, obbligati ad obbedire alle stesse leggi laiche, è difficile da cogliere anche per le menti più illuminate.

Il Pakistan domanda rispetto per la propria religione e per la propria cultura, ma non è disposto a garantire lo stesso rispetto: nemmeno ai propri cittadini di religione musulmana, regolarmente massacrati perché sciiti o ahmadya. La blasfemia, la deriva religiosa sempre più integralista e oscurantista del Paese (appena ieri un giudice di Lahore ha sentenziato che una donna ha bisogno del permesso del marito per viaggiare) è un modo, un ottimo modo, per gettare fumo negli occhi della gente e indurla a non occuparsi dei veri problemi. Della ormai totale mancanza di libertà d’espressione, dei cittadini torturati e scomparsi, dell’economia allo sfascio. La blasfemia e la crociata contro i kafir sono, in ultima analisi, la versione in salsa pakistana delle brioche di Marie Antoinette: una regina di Francia, ironia del caso. I generali pakistani, però, farebbero bene a leggere un paio di libri di storia: per capire cosa succede ai governanti quando il popolo si stanca di mangiare brioche.