Abe, fine di un’era

Giappone – Il primo ministro più longevo della storia del Giappone ha annunciato le sue dimissioni il 28 agosto per motivi di salute. La sua eredità politica è anche una storia di successo
/ 07.09.2020
di Giulia Pompili

Shinzo Abe, il leader della stabilità del Giappone, alla fine ha dovuto arrendersi. Dopo quasi otto anni da primo ministro la colite ulcerosa lo ha costretto alle dimissioni, annunciate nel corso di una conferenza stampa a sorpresa venerdì 28 agosto scorso. «Lo scopo di un politico è quello di fare le cose», ha detto Abe, «e io non sono nelle condizioni di dedicarmi completamente al mio ufficio». Era accaduto più o meno lo stesso nel 2007, quando dopo una breve esperienza di governo aveva lasciato la poltrona di primo ministro sempre per problemi di salute. A quell’epoca, però, Abe non aveva avuto nemmeno il tempo di imporsi come figura carismatica e di rilievo, riconosciuta internamente e all’estero. Per farlo, aveva dovuto aspettare altri cinque anni. 

Nel 2012 era tornato con una campagna elettorale convincente, ed era riuscito soprattutto a tenere insieme tutte le correnti del Partito liberal democratico, il partito conservatore attualmente al governo in Giappone. Dopo un periodo di estrema instabilità politica, con primi ministri e governi che cambiavano nel giro di pochi mesi, Abe era tornato a guidare il governo e soprattutto a far vincere il Partito. È rimasto leader per quasi due mandati di seguito, sperando – si dice – perfino in un terzo. La malattia, però, è tornata implacabile e quando è stato visto più volte entrare e uscire dall’ospedale è cominciata a circolare insistente la voce delle sue dimissioni: «Sto provando dei nuovi trattamenti», ha detto durante la conferenza stampa Abe, «e questo mi impedisce di essere totalmente concentrato sul lavoro».

La terza economia del mondo si trova adesso ad affrontare una delle successioni più importanti dal Dopoguerra, perché Abe è stato il premier riformista, e soprattutto il più longevo della storia democratica del Paese. E lo fa in un momento di grande instabilità politica per il mondo occidentale, in attesa dei risultati delle elezioni americane di novembre. Chi arriverà dopo Shinzo Abe avrà numerosi dossier da gestire, dall’economia alla politica estera, ma soprattutto dovrà prendersi la responsabilità della complicata gestione dell’epidemia.

I più critici dicono che la malattia c’entri relativamente poco: negli ultimi mesi il consenso intorno al primo ministro Abe era in caduta libera. La pandemia un po’ ovunque nel mondo ha messo in luce le difficoltà di una gestione centralizzata dell’emergenza, e ha fatto emergere nuovi volti di politici locali, che spesso hanno criticato l’operato e le decisioni del governo centrale. Il primo ministro giapponese è stato accusato di aver ritardato la dichiarazione d’emergenza per motivi politici. Non voleva rassegnarsi a dover rinviare, o addirittura cancellare l’evento che, nei suoi piani, avrebbe dovuto rilanciare il ruolo del Giappone nel mondo: i Giochi olimpici di Tokyo del 2020. Poi è stato accusato di minimizzare l’epidemia nel tentativo di evitare l’ennesimo rinvio di una delle visite di Stato più attese di quest’anno: quella del presidente cinese Xi Jinping nella capitale giapponese, un viaggio che avrebbe dovuto sancire la normalizzazione dei rapporti tra Giappone e Cina. Ma sarebbe superficiale fare un’analisi del Giappone di Abe partendo dalla fine, cioè dall’epidemia che ha sconvolto il mondo e messo in ginocchio economia e società.

Nella storia politica del Giappone Shinzo Abe sarà ricordato come il grande riformista e il grande diplomatico. Anche perché nel dicembre del 2012 è arrivato a guidare il Paese in un momento molto particolare. Il Partito democratico era riuscito a vincere le elezioni e a governare per qualche anno, ma poi la catastrofe del terremoto e dello tsunami dell’11 marzo del 2011, con l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, ha cambiato tutto. Quel cataclisma colpisce non solo l’economia del Paese ma è anche uno shock per la società.

Nello stesso periodo arriva anche lo storico sorpasso della Cina sul Giappone come seconda economia del mondo, subito dopo l’America. Abe si presenta come il leader del cambiamento, ma allo stesso tempo i giapponesi lo conoscono benissimo: come quasi tutti i politici del Sol levante è figlio e nipote d’arte. Suo padre, Shintaro Abe, è stato ministro degli Esteri e leader del Partito liberal democratico. Ma a essere conosciuto è soprattutto suo nonno, Nobusuke Kishi, un altro ex primo ministro che faceva parte del gabinetto di guerra di Tokyo durante la Seconda guerra mondiale, e nel Dopoguerra imprigionato e sospettato di crimini contro l’umanità.

Da una parte il bagaglio famigliare di Abe è la garanzia per i conservatori che sia legato a certe idee tradizionaliste; dall’altra però è un ingombrante peso in politica estera. È grazie alla sapienza diplomatica dello staff di cui si circonda, dicono gli analisti giapponesi, che Shinzo Abe nel corso degli anni è riuscito a tessere delle relazioni che vanno al di là della sua storia politica, soprattutto con la Cina. Senza presentare scuse formali per l’occupazione nipponica, era riuscito, nel 2016, a firmare un accordo di pace anche con l’allora presidente sudcoreana Park Geun-hye – accordo poi completamente ignorato dal successivo presidente democratico, Moon Jae-in.

In questi anni Tokyo si è avvicinata più che mai a un accordo di pace anche con la Russia di Vladimir Putin, una questione così importante da essere stata menzionata da Abe nel corso della sua conferenza stampa. Uno degli ultimi fronti ancora aperti della Seconda guerra mondiale sono i cosiddetti territori del nord, lì dove l’arcipelago giapponese incontra la sconfinata Russia, contesi da settant’anni da Tokyo e Mosca. Il gabinetto di Abe lavora da anni all’accordo di massima per un uso condiviso delle aree del nord (soprattutto il loro sfruttamento economico), un dossier che probabilmente il suo successore, invece, dovrà ricominciare da capo.

Il primo ministro giapponese si è guadagnato le copertine di molti magazine internazionali proprio per la sua capacità di tessere relazioni diplomatiche vantaggiose per un Giappone che negli ultimi vent’anni era uscito dalla scena internazionale: dall’Africa al Medio Oriente, di nuovo Tokyo aveva una sua visibilità. I vent’anni, appunto, sono quelli della grande depressione, la «morte lenta» come chiamano gli economisti nipponici il lunghissimo periodo di deflazione che ha strozzato l’economia giapponese. Per cercare di invertire la rotta, nel 2014 Shinzo Abe ha lanciato l’«Abenomics», un sistema di politiche monetarie espansive mai azzardata da nessun governo, unita all’aumento della tassa sui consumi per cercare di far crescere l’inflazione.

L’altro risultato positivo, in termini economici, è il trattato di libero scambio con l’Unione europea, entrato in vigore il 1 febbraio del 2019. In un editoriale di qualche giorno fa il «New York Times» ha scritto che le politiche economiche di Abe hanno «contribuito a spingere la crescita, l’occupazione e il fatturato delle aziende. Abe ha sfidato il modo in cui il Giappone ha sempre fatto business, aumentando la partecipazione nel mondo del lavoro di donne e immigrati, in una società profondamente conservatrice». Secondo il giornale di New York Abe ha il merito di aver cercato di «normalizzare» il Giappone. Sono i vertici del Partito liberal democratico adesso a dover decidere chi sarà a ereditare questa responsabilità. L’accordo su un successore andrà trovato entro poche settimane. Chiunque sarà il nuovo leader, è difficile che abbia la forza politica di Shinzo Abe.